le FOTOle nostre foto e i nostri racconti

I resoconti dei nostri incontri e i nostri raduni corredati dalle relative foto. Un modo per condividere le nostre emozioni.
leggi il racconto di Massimiliano "Massi" Ancillotti
leggi il racconto di Marco "Ferro" Ferrari
Fotografie della visita alla CH Racingleggi il racconto di Alborghetti, Ferrari, Niccolai, Rizzati, Rosselli, Tori
Fotografie del raduno a Casciano di Murloleggi il racconto di Gradi, Niccolai, Rizzati, Spanti, Stradaioli, Tori

Francia 2015

Désolé Monsieur, désolé.

Questa è la frase che accompagnerà il mio viaggio di ritorno in furgone e lo sfottò da parte del resto della carovana. Ma facciamo un passo indietro.

Venerdì 26 giugno la giornata inizia molto presto: le cose da fare sono parecchie e i chilometri da macinare da Trento a Como per incontrare il resto del gruppo non sono pochi. Soprattutto se devi ancora fare i bagagli e l′appuntamento è per le 12:00.

A questo evento non si può mancare. Quest′anno il Raduno Internazionale Cagiva Elefant si svolge in Francia, a Val d′Ajol, nel dipartimento dei Vosgi, e ospite d′eccezione, che viaggia insieme a noi, è Alessandro “Ciro” De Petri. Molto probabilmente andremo a fare un giro in off road proprio con lui: l′organizzatore del raduno parlava chiaro “short tour off road”, quindi io e la mia belva ci iscriviamo.

Arrivo in orario a Como, il tempo di salutare vecchie e nuove conoscenze, e via tutti in carovana verso la Francia. 9 Elefant, seguite dalla macchina con Ciro e la sua compagna Noemi e dal furgone con due Elefant iper cattive: la Cagiva Marathon ufficiale Edy Orioli di Antonio Manellini e la Cagiva Elefant Lucky Rally di Daniele Bosisio.

I chilometri scorrono veloci sotto una cappa di calore africano. Viaggiamo sempre a medie molto basse, per godere del bellissimo tempo che ci accompagna. Le soste, tra una pausa caffè e qualche snack, si alternano nell′assoluta spensieratezza, all′ombra delle nostre Elefant. Riprendersi il gusto della propria vita a volte apre grandi spazi alla creatività. Mentre viaggi in moto pensi: una volta arrivati, riuscirò a fare il giro in off road con un mito di fama mondiale come Ciro De Petri? È un′occasione molto ghiotta, da non lasciarsi sfuggire. E inizi a sognare, attraversando posti incantevoli, incastonati tra le nuvole e distese di… ma tu sei lì…, tra le dune del deserto insieme a lui.

La Val D′Ajol ci aspetta e il conta chilometri parla chiaro: mancano meno di due ore alla destinazione. Ma quando la sfortuna vuole in questi frangenti ti riporta in fretta alla realtà: il motore all′improvviso perde compressione e dallo scarico parte un rumore orribile. Vengo sorpassato da quasi tutto il gruppo, accosto lentamente e mi accorgo subito che un prigioniero testa è saltato. Nel frattempo mi si avvicinano altri tre compagni elefantisti. Il danno è evidente, a circa 170 km dal camping e in mezzo alla strada! Il tempo di consultarsi con la compagnia della spinta, Alessandro Gradi, Massimiliano Ancillotti e Marco Ferrari, e si riparte con un rumore di ferraglia assordante e una media di 70/80 km orari. Anche Ciro in auto, spaventato dal rumore del mio pachiderma, ci scorta e fa da scopa fino al camping…proprio spirito dakariano nell′anima!

Saluti, abbracci e iscrizioni si susseguono al camping per il resto della giornata. Ma la moto è lì accanto alla mia tenda, silenziosa. I ragazzi mi propongono di seguirli nel tour turistico del giorno successivo come passeggero e io, ahimè, non posso che accettare e fare il turista fotografo.

Mark, l′organizzatore, cerca di darmi una mano e mi porta di prima mattina da un meccanico poco distante dal camping, per far controllare la moto. Ma la sentenza del nostro uomo è inequivocabile: “désolé Monsieur, désolé”. Niente da fare, anche con i prigionieri e la guarnizione di scorta non ha voluto metterci mano. Io e Marco Rizzati rimaniamo basiti da quel tentativo approssimativo, ma irrevocabile e con la coda tra gambe rientriamo con la moto al camping.

Ore 10:00, si scaldano gli animi. Siamo circa 150 elefanti, ognuno con la propria storia e nazionalità, ma solo 28 fortunati seguiranno il grande Ciro in off road per circa 60 km. L′impazienza aumenta e la temperatura non aiuta. In occasione del tour lo scozzese Gavin Robertson mette a disposizione un gioiello della sua collezione privata, una Cagiva proto numerata 91 “Ciro De Petri” ufficiale, e la affida alle mani del campione dakariano. Astenersi cuori fragili: il tuono della proto avviata dal piede di Ciro mette tutti in riga, gli scatti fotografici si susseguono a raffica e una folla fremente attende alla partenza che il campione dia inizio alle danze in off road. Arrivano anche Manellini con la sua Cagiva Marathon ufficiale Edy Orioli e l′amico Bosisio con la Lucky Rally, tutti rigorosamente tassellati. Gli sguardi d′intesa sono chiari, sono tutti pronti.

Finalmente si parte. Ciro ha un sorriso proporzionale alla sua felicità, dopo la guida che apre il gruppo è lui ad occupare la posizione numero 2. Seguono alcune Marathon e le moto più preparate. Dopo qualche chilometro di asfalto sono in off road, si arrampicano lungo il fianco della montagna che domina Val d′Ajol, per poi scollinare e scendere sul versante opposto. L′andatura è relativamente veloce, si attraversano boschi in cui il trip master registra + di 100 km/h, seguono single track fattibili, strade forestali e qualche trasferimento su asfalto. Guidare alle spalle di Ciro è come stare in un film. Il suo retrotreno spazzola tutto il sentiero ad ogni apertura del gas, qualcuno si ritrova coperto di fango, altri colpiti dalle pietre lanciate dalla sua “desert”, ma è il prezzo da pagare per seguirlo da vicino. Ai bivi principali si fa tappa per riaccorpare il gruppo che tende a sgranarsi. Mancano alcuni tedeschi alla conta, pare che qualcuno sia caduto a un passaggio su di un tronco trasversale. La guida torna sul sentiero e rimesso ordine si riparte. Ciro ad ogni stop adotta la tecnica dakariana: moto sul cavalletto, sale, l′avvia, scende, ritira il cavalletto e parte al volo da terra. Ci confessa poi che non mette mai i piedi a terra: “ tanto non ci arrivo”. Sorride e lancia la battuta. In pratica guida di gas e ginocchia, e affronta percorsi come quelli dakariani alzandosi continuamente, grazie ad una sella altissima che gli permette di farlo con uno sforzo contenuto. C′è tempo anche per uno spuntino in un ristorante con vista sulla valle. Ancora un′oretta e il giro sarà concluso. All′avvio vibra un′eccitazione maggiore: si sono scaldati un po′ tutti e si sta prendendo confidenza con gli sterrati nei boschi. In testa si comincia spingere un po′ di più, ma su un curvone parte un dritto. Una Lucky è a terra, con danni minori a freccia e fianchetto e nessun danno fisico. Ciro saggiamente scuote la testa disapprovando la scelta delle gomme, come a dire: certe cose si fanno solo in sicurezza.

Il rientro alla base è un trionfo di congratulazioni, foto e abbracci per tutti. La moto di Mr. Gavin è tornata sana dall′esperienza con il suo pilota e la serata continua con la celebrazione del nostro pachiderma in Municipio, accolti dal sindaco con tanto di invasione barbarica a tappeto delle nostre Cagiva Elefant disseminate su tutta la piazza.

Degno epilogo di due giorni indimenticabili è l′annuncio che ci raggiunge al camping durante la serata: l′Italia riceve in premio la targa di Alex Fischer, consegnato da Re Becca al nostro capo gruppo Riccardo Tori, per aver contribuito in 14 anni di attività del gruppo a tenere fede allo spirito elefantista e contribuire a portare ad un evento internazionale una figura come Alessandro “Ciro” De Petri assieme a Massimiliano Battaglia.

Felici salutiamo tutti e ci congediamo, ognuno con le proprie emozioni. Quelle a due ruote, che il nostro pachiderma sa regalarci, anche quando qualcuno ti dice “désolé Monsieur, désolé”.

Il Raduno! (commento semiserio al radunone francese) Si sa, con il passare degli anni la sensibilità aumenta e ci si commuove più facilmente.

È quanto mi è accaduto al raduno, dal quale mancavo da quattro anni durante i quali ho sovente pensato che non avrei mai più avuto modo di partecipare. Mi sono spesso trovato sopraffatto dalle emozioni, il viaggio, la moto nuova, i vecchi amici di sempre, le facce nuove ed una nuova energia, il raduno sempre nuovo e sempre uguale a sé stesso ogni volta, ma anche il Sindaco del paese, la targa di Alex Fischer, l'atmosfera di cupa malinconia della caserma in chiusura di Gallarate…sono tanti gli episodi di questi pochi giorni e farne un report che non sia noioso non è cosa da poco.

Quindi non lo faccio… ;)

Mi piace però sottolineare il forte sentimento di amicizia che lega tutti noi, la semplicità delle nostre cose, la solidarietà…cose a cui non riesco a fare l'abitudine e che ogni volta mi lasciano piacevolmente stupito del miracolo che ha compiuto questa moto a cui siamo tutti legati, in amore e odio. Mi dicono che in altri gruppi non è così, che quest'aria non si respira…non lo so, ma mi godo la nostra.

Il raduno è stato ben organizzato, mantenuto semplice, tanta simpatia da parte dei ragazzi francesi che ce l'hanno messa tutta e ci sono riusciti! Un grande BRAVI a loro.

Unico rammarico, il non aver potuto avere la maglietta che avevo già pagato. Mi sono stati restituiti i soldi, ma la maglietta mi avrebbe fatto piacere.

In quanto a noi…i soliti cazzari anarchici, con un caos organizzato che fa parte di noi e del nostro DNA di italiani. E ci piacciamo così!

Piccolo aneddoto. C'era un ragazzo di Torino insieme agli inglesi. Vive in Gran Bretagna da molti anni e stava sempre insieme a loro. La sera dell'udienza del sindaco (a cui all'inizio non volevo partecipare) noi siamo arrivati con i nostri venti minuti (abbondanti) di ritardo, buoni ultimi, e abbiamo parcheggiato nella piazza dove capitava. Dopo un po', mentre parlavo con questo ragazzo, lui guarda le moto parcheggiate e mi dice: "vedi, questa piazza rappresenta l'Europa. Si era detto appuntamento alle sei e un quarto e alle 18,15 i tedeschi c'erano tutti, vestiti da moto e con le moto parcheggiate tutte in fila, in ordine ed in prima fila. Poi vedi, dietro ci sono gli inglesi ed i francesi, in ordine anche loro. Poi là dietro, là, là, là (indicando tanti punti sparsi per la piazza) gli italiani, arrivati per ultimi, in ritardo".

Non ho smesso di ridere per dieci minuti.

A voi amici cari, un grande GRAZIE per esserci.

Antonio Contino, Riccardo Tori

Belgio 2014

Il raduno belga arriva in modo piuttosto confuso.

Era stato annunciato in Polonia nel 2012 come successivo a quello del 2013 (Svezia) ma per un anno quasi non si se ne sente parlare più. Lo stesso Mats, durante il soggiorno nell'incantevole area che ospita il raduno svedese, ci anticipa che probabilmente per il 2014 ci saranno sorprese e cambiamenti tanto che tra noi iniziamo a pensare alle alternative possibili e un'idea ce la facciamo…

Ma poi arriva l'annuncio ufficiale: 2014 Belgio.

La vera sorpresa è che la sorpresa non c'è!

È probabile che essendo il gruppo belga formato da poche persone, sia stato in dubbio la possibilità di organizzare tutto come si deve, da qui l'attesa della conferma e le relative opzioni valutate all'interno del gruppo internazionale che porterà anche a qualche piccola frammentazione interna, poi comunque risolta. Ad ogni modo, Belgio era e Belgio sarà.

Sul nostro fronte, quello degli italiani, siamo in un momento un po' particolare in fatto di partecipazione. Gli ultimi raduni hanno infatti visto come scenario il Portogallo, poi la Polonia ed infine la Svezia. Ci vogliono diversi giorni di ferie, un po' di disponibilità economica e tanta ma tanta voglia di esserci, senza contare gli impegni ed i problemi personali che ognuno può avere la necessità di gestire. Ecco quindi che all'ora della conta, come sempre a fine giugno, all'appello per il Belgio, segue il quasi totale silenzio. Del resto è pur vero che il gruppo di chi partecipa attivamente ai raduni lontano dai confini nazionali, ne ha vissuti già molti ed una tregua per i motivi sopra citati è comunque cosa legittima. Rimane il fatto che un raduno all'insegna di una passione italiana senza gli italiani, non lo possiamo concedere! Alla fine come tre particelle di sodio disciolte acqua Lete, io Kika e Ferro ci facciamo carico di portare, anche per questa edizione, il tricolore in terra straniera, ma è un onere come sempre piacevole.

Il riferimento all'acqua non è casuale, quello che ci aspetta saranno infatti un sacco di chilometri sotto pioggia battente. E da buon intenditore quale sono io, complice un sole caldissimo al momento della partenza, opto per il casco da enduro senza visiera o maschera a corredo. Mai attrezzatura si rivelò più inappropriata per quello a cui stavamo andando incontro.

L'organizzazione del viaggio prevede il solito ritrovo con Kika a casa mia, da lì prendiamo la A1 dove all'altezza di Modena ci attende l'immancabile Ferro. Un panino, un caffè, e via in direzione Brennero, la tappa del giorno prevede il pernotto a Monaco di Baviera in modo da dividere il viaggio in maniera sia funzionale che piacevole. La ricerca del tetto sotto cui dormire si rivela tuttavia più ardua del previsto. Siamo vicino a Theresienplatz, la nota piazza che ospita l'Oktoberfest, Monaco è una città grande e moderna ma non si trova un albergo dignitoso ad un prezzo onesto in cui passare la notte. Facciamo bollire l'olio delle nostre Elefant mentre giriamo in lungo e in largo il quartiere, ma gli unici che ci offrono una camera sono un paio di alberghi associabili al "ghetto" dove le condizioni generali ci fanno desistere. Alla fine troviamo salvezza nella pensione Margit, una piccola palazzina gestita da un tipo molto ospitale che tra l'altro ci accoglie sfoderando un non perfetto ma comprensibile italiano. È fatta, abbiamo una camera carina ad un buon prezzo e ci viene concesso di parcheggiare le moto di fronte alla porta d'ingresso. Possiamo finalmente rilassarci e dopo una meritata doccia abbiamo voglia di scolarci una bella birra, magari accompagnata dal tipico stinco di porco. La dritta ci arriva direttamente del locandiere che ci suggerisce di arrivare alla Augustiner, giusto 10 minuti a piedi dall'albergo. Così facciamo.

L'arredamento è spartano ma accogliente, ci sono i tavoli in legno con le panche, sia la spillatura della birra che la cucina sono a vista, si vedono i polli girare sullo spiedo e gli stinchi vengono sfornati come da programma. Boccali rigorosamente da 1 litro, a fiumi…ci piace. A ragion del vero, lo stinco di porco non è dei più buoni e le patate che lo accompagnano hanno consistenza gommosa, una piccola delusione che però passa in secondo piano man mano che sorseggiamo la birra, come sempre favolosa da queste parti. E' quasi ora di tornare in albergo, abbiamo la pancia piena e nel frattempo dopo il primo litro di birra c'è scappata pure un'altra pinta, così, giusto per manifestare il nostro apprezzamento ai mastri birrai. Ma un attimo prima di levare le tende, una signora non più giovanissima ma molto distinta ci siede accanto. È Karin, una dirigente di una multinazionale che parla un inglese perfetto.

Non ci vuole molto a capire che è su di giri ed in cerca di attenzioni per la serata. Arriva ad offrirci un'altra birra per trattenerci al tavolo e quando le spiego che siamo a fine cena e praticamente già sbronzi, mi rivolge un sorriso ammaliante seguito da un quasi intimidatorio: "bugiardo… non avete bevuto quasi niente…" La faccenda si fa complicata. La conversazione prosegue col racconto del nostro viaggio su due ruote, anche lei ci confida di esser motociclista, anzi lo è il suo fidanzato che però proprio adesso è fuori città e le manca quindi la compagnia… La faccenda è ancor più complicata. Le teniamo compagnia per un po' ma per quanto elegante e ben intenzionata si dimostri è un po' troppo avanti sia con le birre che con gli anni, così con un dribbling che avrebbe lasciato al palo anche Maradona, ci smarchiamo e torniamo all'albergo.

È chiaro che l'immagine dell'italiano "latin lover" di cui godiamo all'estero è qualcosa che nella mente di Karin è stato distrutto per sempre. Kika è una persona seria, corretta e fedele e ne esce giustamente imperturbato, ma per me e Ferro eterni lupi solitari, questa è una responsabilità e consapevolezza che in fondo ci ferisce. Però siamo in missione e non ci possiamo concedere distrazioni. Oddio, fosse stata una gnocca numero uno, altro che missione, il raduno poteva pure finire lì, diciamocela tutta.

Il mattino seguente lasciamo la pensione, zavorriamo di nuovo le moto e puntiamo verso nord. Viaggiare sulle autostrade tedesche fa pensare a medie da formula 1, ma purtroppo troviamo dei lavori in corso che frenano i nostri entusiasmi e ci rallentano la marcia. Durante la strada i nostri occhi vengono distratti dalle indicazioni di posti come Hockenheim, Nurburgring e Kerpen che nel macinare chilometri ci aiutano a tenere alto il morale. Ma l'ospite che non ci abbandonerà per il resto del nostro soggiorno è già alle porte. Siamo vicini al confine belga ed è piuttosto tardi, l'imbrunire inizia a prendere possesso del cielo ed anche la temperatura si è abbassata proporzionalmente alla percorrenza verso la parte alta dell'Europa.

Ecco la pioggia.

Dobbiamo arrivare per cena, possibilmente anche prima per montare le tende e sistemarci ma l'acqua ci rallenta ulteriormente. Con i tempi moderni non consultiamo quasi più le mappe, ci fidiamo dei GPS ed abbiamo solo una stima del tempo e distanza rimasta senza avere una reale consapevolezza del dove siamo. Il navigatore indica circa 120 km alla meta, un paesino non lontano da Liegi, per noi vuol dire un ore e mezzo di viaggio. Siamo in ritardo, ora ne abbiamo certezza. Seguendo le indicazioni del GPS, ci avviciniamo lasciando le grandi strade in favore della campagna che sotto la pioggia battente ci sembra meno romantica del dovuto. Alla fine comunque giungiamo a destinazione, grandi ragazzi, ce l'abbiamo fatta anche stavolta!

Gli altri elefanti sono già tutti sul posto, si sono piazzati chi in tenda, chi nei pochi posti asciutti disponibili nella costruzione ai margini del tracciato per le gare di super motard, quest'anno possiamo infatti dire d'essere letteralmente in pista! Hanno tutti finito di cenare, le loro tende sono montate e qualcuno è già con le prime birre della serata in mano. Noi siamo fradici, affamati, in cerca di un posto dove mettere le tende e rigorosamente ultimi, ma gli italiani siamo noi, ormai lo sanno e ci perdonano, forse volendoci più bene anche per questo.

Gli organizzatori, Philippe Annè e ragazza, insieme a qualche faccia amica, ci danno il benvenuto e ci ricordano che il ristorante sta per chiudere, quindi ok montare le tende prima del buio totale ma con la dovuta premura per non restare a bocca asciutta. Ovviamente sta ancora piovendo e montare le tende in queste condizioni ci allontana dal modello di virtù del cristiano cattolico osservante. Per la cronaca ci piazziamo nella lingua d'erba adiacente al rettilineo del traguardo.

Durante la cena poco mi importa di essere gelato ed inzuppato, per quello posso fare una doccia e rimediare, ma l'immagine della pozzanghera che mi aspetta in tenda a causa del montaggio sotto il diluvio mi porta a reperire le salviette da tavola per asciugare la mia dimora, con una dedizione maggiore di quanto riservi alle pietanze stesse. Mentalmente mi consolo con l'ipotesi del coma etilico, se entro in tenda gonfio come un pallone magari dormo proprio bene. Quindi a fine cena prendo le mie belle salviette, asciugo alla meglio il pavimento della tenda, che nel frattempo ha assunto le sembianze di una palude della Florida, e torno al bar. Birra a volontà! Purtroppo però il club che ci ospita, gestisce i drink con tesserine di cartone da cambiare al distributore automatico ed il tempo perso per la distribuzione insieme ai bicchieri rigorosamente da 0.25 litri inficiano i miei propositi di devastazione alcolica. Ripenso ai facili boccali da 1 litro della sera prima e difronte alla tenda fredda e bagnata, arrivo ad aver nostalgia perfino di Karin. Ma siamo motociclisti veri e non saranno né troppa né poca birra a scoraggiarci. La sera va avanti, salutiamo le vecchie conoscenze, scambiamo qualche chiacchiera ed iniziamo a riscoprire quel sapore che nonostante tutto ci porta sempre a ritrovare questo ambiente fatto di persone certamente diverse, ma allo stesso tempo legate da quella passione comune che va oltre ogni limite ed ostacolo. Il raduno degli elefanti è questo prima di tutto.

In un modo o nell'altro arrivo così ad accettare l'idea di sdraiarmi nel mio personale pantano. L'umidità è al mille per cento ed il clima decisamente invernale, ma le facce amiche e compassionevoli di Kika e Ferro mi danno il coraggio di passare la notte. Anche perché, loro, maestri di lungimiranza, diversamente da me, per l'occasione hanno comprato tende nuove di pacca e se la cavano alla grande con le intemperie.

Al mattino del sabato la situazione è pressappoco la stessa, freddo ed umido con pioggia che lascia solo pochi istanti di tregua. In compenso le prime mosse all'interno del sacco a pelo mi danno la misura delle complicazioni cervicali che la notte all'umido mi ha regalato; il modello di virtù cattolica si allontana ulteriormente con le mie imprecazioni mattutine. Attraversando a piedi il rettilineo del traguardo raggiungiamo il gruppo per la colazione, un giro organizzato è però impensabile a causa delle condizioni meteo. Ognuno si deve quindi arrangiare per trascorrere la giornata come meglio crede. Pista per pista, io Ferro e Kika, vista la relativa vicinanza, decidiamo di visitare Spa−Francorchamps. Del resto fare turismo nei dintorni sotto la pioggia battente, non avrebbe certo avuto esiti piacevoli. Indossiamo così le nostre tute da acqua e ci mettiamo in cammino.

Durante il tragitto, nonostante la pioggia, riusciamo ad intuire la bellezza delle campagne del Belgio. Tra una cittadina e l'altra, anch'esse molto pittoresche, osserviamo queste distese verdi, interrotte da collinette molto dolci, che rendono il panorama assai suggestivo. Quantomeno è quello che possiamo immaginare quando illuminato dai raggi del sole. Ma questo è l'anno della pioggia, e prima ancora ritornare con la mente concentrati a guidare verso l'autodromo, una vera tempesta ci mette di nuovo alla prova. Anzi, ci ferma proprio. Non è questione di bagnarsi più o meno, cade tanta di quell'acqua che letteralmente non si vede ad un metro di distanza, stiamo guidando davvero alla cieca e troviamo riparo soltanto sotto un ponte poco prima di rimanere fermi nel nulla. Una cosa simile, ci era successa anni prima sui Pirenei durante il viaggio verso i paesi baschi, dejà vu…

Appena il diluvio rallenta ci rimettiamo in marcia e non molto più tardi arriviamo nel parcheggio del mitico Spa−Francorchamps. L'autodromo è un vero spettacolo, è un sabato come tanti ma ci sono gare automobilistiche in continuazione. Auto storiche, moderne, ruote coperte e non, muscle car, un trionfo di motori di ogni sorta dove tra tutti spicca una leggendaria Ford GT 40, bellissima. Memorabile anche la presenza di una Alfa Romeo Giulia 2000 che sul bagnato ci allieta con dei traversi da manuale in cima al mitico salitone dopo la S davanti ai box, è il nostro nuovo eroe! La cosa bella è che in cambio di questo spettacolo non si paga assolutamente niente se non 5 euro di parcheggio per tutto il giorno, poi si circola liberamente ovunque, perimetro e bordo pista, tribune, box, podio, tutto è concesso. Questo mi fa riflettere su come la passione motoristica qui venga vissuta a pieno sia dai diretti coinvolti nelle gare che dal pubblico, che di fatto è partecipe a 360 gradi. In questo abbiamo molto da invidiare a paesi come il Belgio o la Germania. Penso al nostro Mugello, tempio si della velocità, ma sempre più blindato ed esclusivo, un patrimonio riservato ormai per pochi, un vero peccato, nonché uno spreco. Tra una corsa e l'altra il tempo vola e ci concediamo un pranzo al ristorante sull'attico delle tribune rettilineo, un lusso solo apparente dato che anche qui domina lo spirito della passione ed un pranzo completo all'abbuffo totale non supera i 20 euro, ancora una volta siamo piacevolmente colpiti dalla gestione del circuito.

In un attimo è quasi sera, e come da mia personale richiesta per via della ormai consolidata palude in tenda, cerchiamo un'alternativa al campeggio di fortuna nella nostra pista di motard. Nei pressi del raduno però non troviamo paesi con grande ricettività turistica e la gita rimane infruttuosa. Pazienza, quantomeno non dovremo sbaraccare tutto prima del tempo. La sera del sabato si consuma con la consueta cena di gruppo e premiazioni, Kika viene nominato per il secondo anno consecutivo; lo scorso in Svezia era stato eletto come l'elefantista più sfortunato rompendo la catena poco dopo il confine norvegese che varcammo per visitare un fiordo. Stavolta si aggiudica il maggior chilometraggio percorso per arrivare in Belgio. Dopo averci fatto saltare il giro di gruppo in Svezia per riparare i danni e sostituire la catena, ancora ti premiano… mortacci tua Kika! Anche perché è solo quella "esigua" tratta che separa Roma con Firenze che gli fa guadagnare il trionfo dei chilometri e con questo mi frega tutte le volte… ri−mortacci tua!

Dopo cena scambio qualche chiacchiera in giro fino ad arrivare a Paul. Con lui facciamo delle riflessioni sui raduni che stanno diventando più difficili da organizzare per gli anni a venire, abbiamo fatto praticamente tappa in ogni paese dei partecipanti e diventa sempre più complicato rinnovare lo spirito e l'entusiasmo, siamo in cerca di candidati e si percepisce un po' di pessimismo. Però in fondo siamo troppo navigati per non credere in una soluzione e con questa speranza nel cuore ci scoliamo un'altra birra, magari anche due, e si arriva all'ora di andare a dormire.

Al mattino ci aspetta il lungo viaggio di ritorno, ultima colazione di gruppo, saluti, foto (poche anzi pochissime) e via, si riparte! Nella tabella di marcia abbiamo in programma il pernotto verso Stoccarda che geograficamente ci fraziona il viaggio in modo efficace. Armati come al solito di tute anti pioggia ci mettiamo quindi in marcia, ma la destinazione finale prevede una piccola deviazione per noi troppo allettante per essere evitata. Uscendo dall'autostrada tedesca si percorre una trentina di chilometri in una valle spettacolare, quel bell'asfalto e quelle belle curve veloci sono il preludio di un altro tempio dei motori. L'atmosfera è elettrizzante, siamo all'ingresso del leggendario Nurburgring! L'area paddock è un centro commerciale dove si trova un po' di tutto, aree espositive, ristoranti, bancarelle da mercatino, negozi di gadget e perfino montagne russe… Dopo aver curiosato e pranzato in questa area, ci piazziamo su un punto del circuito fruibile dalla strada che conduce all' autodromo e vediamo girare qualsiasi cosa abbia un motore… Sono in pista sia professionisti che piloti della domenica e ti trovi a vedere sfrecciare le Lamborghini insieme alle Ford Fiesta, alle moto, alle auto vecchie e scassate, tutti dentro a capo fitto. Da una parte fa davvero paura pensare di gestire questo caos all'interno di una pista che poi pista non è, ma questo è il Nurburgring ed il suo fascino, ammalia anche noi.

Anche qui il tempo vola ma stavolta non ne abbiamo troppo da perdere, dobbiamo farci ancora diversi chilometri per arrivare vicino a Stoccarda e cercare una sistemazione. Ci indirizziamo verso la periferia nei dintorni dell'aeroporto, il paese, di cui non ricordo il nome, è carino ma la loro gestione del comparto alberghiero è piuttosto bizzarra. Arriviamo infatti verso le cinque e mezzo, ma con sorpresa capiamo che da questa parti gli ostelli, B&B, e tutto quello che ospita i viandanti chiude all'orario di ufficio… Suoniamo a diverse strutture ma nessuno ci risponde, non capiamo. Si continua così per più di un'ora ma il risultato non cambia, tutto chiuso. Alla fine tra l'incredulità e la frustrazione, ci rassegniamo ad accettare l'offerta nell'ostello più devastato della zona. Ad attenderci c'è un tizio arabo dal fare piuttosto ambiguo, ci chiede i soldi in contanti ma nessun documento, ci lascia le chiavi dell'ingresso e della camera per poi, come buona tradizione del posto, dileguarsi nel nulla. Quando partite lasciate le chiavi nella cassetta delle poste…e con questo scompare.

Basiti per le modalità, ma senza perdersi troppo d'animo lasciamo le moto in una sorta di riparo sotto l'ostello e saliamo in camera. Negli improbabili premi attribuiti alla struttura, sicuramente non spicca quello per l'igiene delle camere. Materassi e lenzuola hanno aloni inquietanti, il bagno presenta residui sui quali volutamente non indaghiamo e l'atmosfera in genere è ai confini della realtà. Neanche capiamo se siamo soli o c'è qualcun'altro che nell'ombra si aggira nella stessa struttura. Con questa inquietudine andiamo comunque a cena in un ristorante cinese che insperabilmente ci riserva una cena di tutto rispetto. In fondo non ci è andata così male, ma una volta in camera torno in regime d'allerta ed opto per giacere sul sacco a pelo, di entrare in doccia neanche ci penso…

Di nuovo in sella per la tratta finale, ma la pioggia che è stata la protagonista del nostro viaggio, ci accompagna ancora. Causa lavori autostradali e qualche incomprensione col navigatore, ci troviamo a percorrere un passo austriaco dove sulle vette, si intravedono residui di neve, è fine giugno, stentiamo a crederci ma il freddo che ci attanaglia ci riporta a rendere tutto verosimile. Io ho gli stivali completamente allagati, tipo la tenda in Belgio insomma, e col casco da cross, l'acqua gelida è come un'ininterrotta manciata di spilli, i guanti grondano acqua da ogni cucitura e con gesti disperati ci accordiamo per una sosta in autogrill. Siamo provati, fradici come gattini e la sensibilità agli arti è quasi nulla, vedo quel pezzo d'uomo di Ferro tremare come una foglia, io e Kika siamo nelle stesse condizioni. Ci vuole una buona tazza di caffè, forse meglio una cioccolata calda. Ma la cosa più preziosa di cui disporre diventa l'asciuga mani elettrico nei bagni, appena visto lo abbiamo abbracciato come un fratello ritrovato.

Rimessi alla meglio saltiamo ancora in sella, ormai se pur ancora distanti, dopo tanti chilometri percorsi, sentiamo di nuovo odore di casa, o quantomeno d'Italia. E come da stereotipo, appena varcato il confine dopo le montagne, il tempo torna a sorriderci e gli ultimi chilometri scorrono finalmente tranquilli e sereni.

Ok, anche questa è fatta amici!

Che dire…è stato un raduno che ci ha messo alla prova, il maltempo in questi casi fa davvero la differenza, ma come sempre, ci siamo divertiti. Il Belgio ci è sembrato un paese molto bello e nei pochi moneti di tregua ci ha regalato dei paesaggi suggestivi che conserveremo con piacere nei nostri ricordi. L'organizzazione, considerando che è stata curata da poche ma appassionate persone, è stata comunque all'altezza ed incontrarsi con i vecchi elefanti è un piacere che abbiamo vissuto con immutato entusiasmo.

Siamo in area di sosta vicino a Modena, è tempo si salutarci e proseguire ognuno verso casa propria, tornare alle rispettive vite, un momento sempre carico di emozione dove in uno sguardo si racchiudono migliaia di chilometri e avventure, ancora una volta, vissute insieme. Un ringraziamento agli elefanti del Belgio per averci ospitato, a tutti i partecipanti e soprattutto a Kika e Ferro, onnipresenti angeli custodi e compagni di viaggio.

Ciao ragazzi, alla prossima!

Massimiliano "Massi" Ancillotti

Svezia 2013

Ok, ci siamo! Si parte per la Svezia, in pochi temerari… io (Ferro), Massi, Kika, Pistun e il Conte… mai così pochi, ma il nocciolo duro non molla! E tanto per non smentirci ci accordiamo e diamo conferma per la partenza pochi giorni prima, mentre il puntello per il ritrovo a Ferrara, con Massi e Kika, lo decidiamo addirittura solo la sera prima, a poche ore dall'intraprendere il viaggio. Si, stiamo peggiorando con l'avanzare dell'età. Si opta per la partenza con il treno da Alessandria: ahi noi, le poche giornate a disposizione non ci permettono di attraversare con il dovuto comodo Austria e Germania e il treno tedesco ci porterà, con le nostre amate a bordo, fino ad Amburgo. Un giorno intero di viaggio in uno scompartimento con la capienza per non più di 3 persone ma riservato, con cuccette annesse, per noi 5 ci stiamo a fatica, anche a causa dei bagagli tolti dalle moto; si perché tutto ciò che deborda va tolto, e quindi i bauletti sono lì con noi ad occupare ulteriore spazio… vitale. Già caricarle in treno, le moto, è stato un problema, accucciati con testa e casco poggiato di traverso sul serbatoio, come per penetrare il flusso d'aria di una immaginaria galleria del vento, in una posizione da fare invidia ai migliori discesisti del chilometro lanciato sugli sci, tutto per non battere sul tetto (che poi è il piano superiore dedicato alle auto). Incinghiate per bene dagli addetti, le nostre moto godranno di paesaggi meravigliosi su itinerari che, per questa volta, non tracceranno con i loro pneumatici. Ma abbiamo spiegato loro il motivo di tale soluzione (chi non ha mai parlato con la propria cavalcatura? Si, forse i BMWuisti… eh eh…:). Dopo ore di chiacchere tra noi cominciamo ad aprire i letti e ad incastrarci per dormire. Prima di arrivare ad Amburgo abbiamo fatto una sosta in una stazioncina remota della Germania, abbiamo fumato una sigaretta sfoggiando le nostre mises raffinate (vero Conte?) e ci siamo sgranchiti le membra senza mai perdere di vista la porta del vagone per paura di rimanere in quella landa desolata. Finalmente siamo ad Amburgo e troviamo presto alloggio in un ostello dotato di garage. Poi, dopo avere sistemato i bagagli, finalmente un giro a piedi per visitare la città, mangiare qualcosa e bere una birra. L'indomani si parte per la Danimarca, stavolta a cavallo delle moto… accompagnati dai nostri fidi navigatori, soprattutto quello di Kika perché gli altri, forse a causa del jet lag, erano un po'… confusi. La fortuna di noi sventurati "Tagliani" è di avere Massi e Kika che si destreggiano bene con l'inglese e sono quelli che si sbattono maggiormente per trovare gli alloggi, sempre improvvisati e mai pianificati, e che ci consentono di dormire in un ogni notte. Oramai la scena è standard, ripetuta decine di volte: trovato un luogo fuori dai marroni (scusate il francesismo) noi tre che non "speakiamo inglish" ci fermiamo lì, mentre gli anglofoni cominciano a girare a spirale per trovare il bivacco: è bello e suggestivo sentire il rombo delle Elefant che vanno e vengono lungo le vie sconosciute per poi sparire nel caotico andirivieni di altri mezzi a quattro e più ruote; poi le senti tornare con familiar fragore a portarci la lieta novella che ci condurrà al meritato riposo. Non smetterò mai di ringraziarli abbastanza.

Quando transitiamo sui moderni e lunghi ponti che ci conducono al sud della grande penisola scandinava, ci sentiamo come cittadini del mondo… il Conte, con la sua action camera on board leggermente puntata verso il cielo, riprende questi intrecci di capriate e funi che riguardiamo nei momenti di riposo con il suo iPad: sono immagini bellissime, proprio come quelle che ho già visto nei documentari di viaggi in TV.

In Danimarca, alla ricerca dell'ennesimo pernottamento, conosciamo Roberto, (un friulano che abita lì da diversi anni, che poi si è comprato un Elefant e si è iscritto alla lista! Prova empirica della pericolosità del virus di cui siamo portatori insani!!!); il suo aiuto è stato fondamentale, anche perché eravamo finiti in un'area periferica, dove sugli scalini di hotel ed ostelli sedevano solo magrebini… Roberto ci ha sconsigliato tale quartiere perché, poco tempo prima, proprio nel posto da noi visto ed opzionato, erano saltati alcuni muri a causa di un'esplosione di un ordigno che stavano confezionando!!! Il giorno dopo di nuovo in sella e, arrivati in Svezia, a Malmoe o giù di lì, troviamo un ostello dove gravitano tanti giovani studenti, del tutto simile ad un hotel e quindi non camerate ma camere da un letto fino a cinque, con bagno… solo la cucina è in comune e per noi sarà una panacea, perché i ristoranti costano parecchio e chiudono prestissimo; così optiamo per il supermarket adiacente dove acquistiamo pietanze da scaldare al microonde o insalatoni pronti all'uso. La sera ci inoltriamo per le vie della città. Alla reception chiediamo dove possiamo parcheggiare le nostre moto ma ci dicono che non ne hanno idea: di moto, da quelle parti, nemmeno l'ombra oltre le nostre, così andiamo ad una stazione di polizia per info ma troviamo chiuso. Decidiamo così di mettere le cavalcature nel parcheggio a pagamento, di fronte alla hall, occupando uno dei tanti posti auto disponibili; poi paghiamo la sosta al parchimetro e mettiamo il tagliando in bella vista nel trasparente di una borsa serbatoio… tenete a mente questo passaggio perché al ritorno ci serberà una sorpresa che ha dell'incredibile. Si riparte verso il meeting elefantiaco, con la temperatura davvero bassa, tanto che indossiamo sempre le tute antipioggia, anche quando (raramente) non piove. Intanto la catena della moto di Kika sembra lenta, la tiriamo e lubrifichiamo ma sembra allungarsi a vista d'occhio. Quando arriviamo al villaggio in cui si tiene il raduno, ritroviamo amici di sempre e nuovi adepti che salutiamo con piacere e proviamo a scambiare qualche parola con l'inglese scolastico del tipo: the pen is on the table ma qua non serve a nulla…che sfiga… Comunque sempre bello rivedersi e noi italiani siamo sempre i benvenuti, lo si vede da come ci trattano. Guardando la cartina, decidiamo di fare una capatina in Norvegia per vedere il fiordo più vicino e per fare prima ci imbarchiamo su un traghetto. Il tragitto è breve, tanto che non dobbiamo neppure assicurare le moto con funi o cinghie, basta il cavalletto laterale. Sbarcati, ammiriamo e fotografiamo, strada facendo il piccolo fiordo con le sue casette tutte dello stesso colore, poi ritorniamo verso l'imbarcadero dove nei pressi di una rotonda, assistiamo ad uno spettacolo che, data l'incolumità del pilota, ci fa ridere a crepapelle per i giorni a venire ed ancora oggi quando

lo ricordiamo e lo raccontiamo…: siamo in dirittura della zona carico del traghetto per il ritorno, soli sulla strada… In prossimità di una rotonda, decidiamo di fermarci per vedere quale corsia è destinata alle moto per l'imbarco; il Conte, probabilmente distratto per lo stesso motivo, si gira e ci vede fermi: la pinzata è violenta come l'accelerata che segue e la moto, fra l'altro molto potente, riparte con uno sgommamento che porta il pilota a finire disarcionato come avviene nelle gare di GP, solo che il Conte resta saldamente aggrappato al gas come un cowboy alle redini! La ricaduta, dopo aver volteggiato ad un metro sopra la moto, lo riporta in sella come una bisaccia, per intenderci, con tutti e due i piedi da una parte e le braccia dall'altra, a penzoloni sulla la moto che zigzaga fino alla velocità minima di sostentamento e, quando ormai ferma, si appoggia a terra (per un istante l'uomo da rodeo era anche riuscito a tenerla in piedi). Danni pochi, se non un pezzetto di livrea juventina appena strusciata, ma alla scena ha assistito una ragazza incinta che si era messa le mani sul viso ed urlato… chissà quella creatura che portava in grembo cosa avrà pensato! Ad ogni modo, tutto è bene ciò che finisce bene… Appunto: tornati in terra svedese e presa l'autostrada (gratuita per le moto) mi accorgo che i fari della moto che mi segue si allontanano, ovvero ero io che allungavo nei loro confronti: un problema a qualcuno, certo… arresto la moto sul bordo stradale, ca..o, non esiste la corsia di emergenza, per fortuna le auto sono davvero poche e comincio a camminare a ritroso così come fanno gli altri, fino a raggiungere Kika: è lui ad avere avuto un problema. La catena lo ha abbandonato aggrovigliandosi al pignone e la ruota si è bloccata, non c'è frizione che tenga in queste occasioni, notiamo infatti una lunga virgola nera sull'asfalto: fosse successo a me, se ne sarebbe notata una seconda… marroncina, soprattutto considerando che gli è successo in autostrada, con la sempre presente pioggia e mentre sorpassava una lunga fila di camion…! Inoltre la maledetta catena ha anche crepato leggermente il carter, come spesso succede in questi casi. Dipaniamo la matassa di maglie con non poca fatica e spingiamo la moto per una salita non ripida ma lunghissima (l'unica in tutto quel tratto autostradale) poi finalmente troviamo una piazzola di sosta che si trova nello svincolo per un'uscita (là le fanno così) e ansimanti dopo aver recuperato le nostre due ruote decidiamo sul da farsi. Una telefonata al villaggio e da lì a poco arrivano gli amici svedesi con auto e carrello e ci riportano verso la sede del raduno. Mentre ci facciamo una birra, pensiamo a come rimettere la cosa a posto… naturale se ne va a comprare una nuova e si ripara il carter alla meglio con metallo liquido. Ma in quale raduno uno si porterebbe del metallo liquido per riparare un carter…? Beh, nel nostro si trova sempre tutto l'occorrente e infatti sono Ralf Gipp e la sua compagna, la simpatica e vivace Susanne Sayer, che ci danno la resina corredata da tanta birra che estraggono dal loro camper (la resina, poi, ce la lasceranno in dono per il viaggio di ritorno). Massi e Kika, per ora sulla mia moto, vanno alla ricerca della catena che trovano senza tante difficoltà in un negozio di una grande catena di pezzi di ricambio, a detta loro impressionante per la quantità di articoli in vendita, dalla piccola minuteria agli avantreni completi per auto americane. La sera mangiamo e beviamo birra alla luce soffusa del tramonto…ma quale tramonto? Guardo l'orologio e capisco che è mezzanotte… davvero una strana sensazione la notte a queste latitudini… L'indomani mattina parte il giro organizzato e salutiamo i partenti, mentre noi dobbiamo riparare il guasto in una officina improvvisata corredata dalle attrezzature che fanno parte del nostro bagaglio; cominciamo ad intervenire, il fatto che non siamo partiti per il giro non ci spiace più di tanto, visto che una pioggia di forte intensità picchietta sul tetto della nostra officina e sembra non terminare mai. Presto, infatti, torneranno tutti zuppi d'acqua e gli si riserverà una camera per spogliarsi e mettere a seccare gli indumenti.

Quando smette di piovere siamo noi a farci un giretto per testare il lavoro fatto ed andiamo in centro, dove veniamo a sapere attraverso un cartello che quello è un posto in cui si svolgono importanti gare di cross ed enduro. Sulle strade capita spesso di incrociare la segnaletica di pericolo che indica un alce; io non l'ho mai vista, se non in qualche documentario, e pensavo fosse una specie renna… invece, poi, in un parco l'ho potuta studiare da vicino: cavolo è più grande e possente di un cavallo. Ne ho poi comprata una piccolina, come gadget per far contenta la mia nipotina, in un Ikea originale… eh sì, non potevamo non andare all'Ikea in Svezia… Il lavoro fatto è stato eseguito egregiamente, appena una piccola trasudazione dalla crepetta ma l'olio rimane, più o meno, dove deve stare.

L'ultima sera c'è la cena di commiato, con la comunicazione della località destinata al successivo raduno e le varie premiazioni, tra cui l'ormai consueta UNLUCKY EXPLORER da noi inventata in quel di Siena (vincitore il miittiicco Cementone), vinta stavolta da un altro italiano: Kika, naturalmente! Tante le moto viste, ognuna con qualcosa di diverso, pure uno svedese che aveva corredato la sua Elefant con pezzi di Ikea, mestoli frisbee ecc., non senza una sorta di cupolino di plexiglass con cornice in legno… quanto ridere, e rideva pure lui mentre ci diceva cos'era e a cosa serviva in origine ogni strambo pezzo presente sulla moto.

Il ritorno è stato come la partenza, nel senso contrario, come tante volte si legge nelle istruzioni di smontaggio e rimontaggio. Praticamente abbiamo alloggiato negli stessi luoghi e negli stessi ostelli e al parcheggio svedese abbiamo ripetuto le modalità di sosta: 5 moto nello spazio di un'auto pagando il parcometro, eccetera eccetera. La mattina seguente scendo con i bagagli per caricare la moto quando mi si presenta una ragazza svedese come quella nell'immaginario delle nostre mascoline menti: alta bionda e molto graziosa nella sua bella divisa che le mette in risalto le nordiche curve. Mi farfuglia qualcosa che, stranamente, non capisco: forse ha detto che sono il suo tipo… le dico che sono italiano e lei prende il suo smartphone, digita qualcosa in fretta e mi fa leggere. Non è I love you come avrei sperato ma un "non puoi parcheggiare qua" nella nostra lingua! Le faccio vedere orgogliosamente il biglietto di sosta pagata ma non fa una piega e tira fuori un blocchetto; per fortuna arriva Massi (avrà visto la scena dalla finestra?) fatto sta che dopo aver interloquito con la poliziotta si rivolge a noi e ci dice che se spostiamo le moto in 5 minuti non ci farà la multa. Al "non ci farà" le moto erano già dall'altra parte della strada dove la "vigilessa" ha detto che avremmo potuto parcheggiare gratis, anche se erano un po' d'intralcio alla sede stradale…. Boh…valli a capire, soprattutto distratti come eravamo noi guardando quel sederino che, dondolando, si allontanava sul marciapiede.

Arrivati ad Alessandria e scesi dal treno ci siamo presi un caffè in un bar vicino la stazione in cui una graziosa signorina, parecchio rifatta ma con garbo, serviva in cassa… stiamo ancora discutendo sulla misura…quinta o sesta…? Glielo chiederemo la prossima volta. Tante altre cose sono successe e ho tralasciato… Vi aspettiamo più numerosi ai prossimi raduni… venite e chiedeteci, vi inonderemo di episodi accaduti nei nostri pellegrinaggi vari raduni sempre molto particolari. In cambio: il solito prezzo da anni: una bella birra fresca!

Bilamps a tutti.

Marco "Ferro" Ferrari

Polonia 2012

Io appartengo ad una generazione che non ha vissuto, per sua fortuna, la guerra.

Sono nato dodici anni (e qualche giorno) dopo il giorno della vittoria. Però la mia generazione, e quelli nati prima e poco dopo, ha avuto genitori che la guerra, loro sì, se la sono vissuta sulla pelle, in un modo o nell'altro, o perché sotto le armi o perché, da civili, ne hanno subìto in qualche misura gli orrori. Per cui ne ho sempre sentita raccontare la storia personale, quella fatta da episodi vissuti con mano, direttamente, quella che poi, unita a quella di altri, resa collettiva e studiata, è diventata la Storia (con la "s" maiuscola), quella che dovrebbe farci da maestra se non fossimo così scellerati da ignorarne gli insegnamenti. Per cui, una volta deciso che avrei partecipato al raduno in Polonia, mi sono detto "devo trovare il modo di andare ad Auschwitz".

Non è stato difficile accordarsi con gli altri miei compagni di viaggio. Ritornando dal raduno, dopo aver lasciato Byczyna, sulla strada per Cracovia, con una breve deviazione, siamo arrivati ad Oświęcim, il nome polacco di Auschwitz.

Auschwitz è uno di quei luoghi della memoria dove la Storia ti dà uno schiaffo a mano aperta, lasciandoti senza fiato.

Siamo entrati dal cancello tante volte visto nei film o nei documentari sull'Olocausto, quello di mattoni, con i binari che lo attraversano, in una bella giornata di sole polacca, calda e afosa, come e più delle nostre, e Massi, Ferro, Kika ed io seguivamo la giovane guida che ci raccontava quelle vicende, sentite tante volte ma ancora una volta nuove, di quell'inferno creato in terra da uomini per altri uomini. Beh, lo confesso, ad un certo punto mi sono emotivamente perso, schiacciato dall'enormità del luogo in cui ero, mentre, cauto, muovevo i miei passi sulle banchine dove, tanti anni prima, così tante vite sono state condotte al macello.

Questo è Auschwitz−Birkenau: un'efficiente macchina industriale che produceva sterminio.

Oggi, di quella macchina, restano le baracche, i fili spinati, le rovine dei forni crematori e, assurdo contrappasso estetico, un grande cielo azzurro che fa da tetto silenzioso ed estraneo.

Restano i visi, i volti, gli sguardi di alcuni di coloro che sono passati, fotografati con meticolosa precisione all'arrivo per documentare, chissà, l'eccellenza della capacità dei carnefici nell'eliminarli. Quasi tutti hanno la data di fine dopo pochi giorni, pochi arrivavano al mese o due. Ma quegli sguardi sono lì e ci guardano e li accusano, e ci accusano, noi, tutti. Accusano noi, in quanto uomini per cui capaci, alla fine, anche dell'orrore.

Non so se oggi, dopo tutto questo, possa ancora accadere qualcosa di analogo ad Auschwitz ma già il non essere sicuro, il non esserne matematicamente certo, beh, è già una risposta.

Del resto della giornata e della strada verso Cracovia, dove siamo giunti a sera, appena in tempo per vedere la finale dell'europeo di calcio, ricordo poco, ho guidato quasi in automatico, ripensavo alle parole lette tanti anni prima in un libro: "Se questo è un uomo" di Primo Levi. Parole che alla fine hanno trovato uno scenario reale, un contesto.

    "Considerate se questo è un uomo
    Che lavora nel fango
    Che non conosce pace
    Che lotta per mezzo pane
    Che muore per un sì o per un no."
Piero Niccolai

Germania 2011

Ancora Germania, di nuovo, dopo nove anni e nove raduni, questa volta nell'Alta Baviera, poco più a sud di Norimberga. È passato del tempo e del raduno mi restano nella mente solo ricordi e momenti spezzati.

Perché non è facile riordinare quello che è successo, specialmente a distanza di tempo, dopo cinque anni.

Quando si viaggia non si prendono appunti, tra l'altro il viaggio viene effettuato in moto, per cui non c'è nemmeno la possibilità di usare un registratorino, uno di quelli da dettatura, che stanno in una mano sola. Sapete com'è: una mano sul gas e una su freno, non si sa mai, e lo sguardo che spazia attorno, un po' attento a quello che di inaspettato può presentarsi sulla strada e un po' ammirato, o preoccupato, a seconda del clima, dal paesaggio, dal cielo, dal vasto mondo.

Il pensiero lavora. Non hai nessuno con cui parlare. Siete soli tu e la moto. Unico interlocutore il suono del motore che ti scandisce i tempi del viaggio. Per cui si pensa, si pensa molto, ma tanti di questi pensieri, una volta arrivati a destinazione, se ne vanno nei ricordi che il tempo seleziona e sbiadisce.

Per cui, tolte le solite elencazioni di eventi oramai ripetitivi, uguali a tutti i raduni che si rispettino (il puntello all'Autogrill, le soste per la benzina, il check sul percorso da fare, ecc.), restano, appunto, i momenti.

Resta l'arrivo, nel primo pomeriggio, in un paesaggio da fiaba, laghetti azzurri incorniciati da boschetti ombrosi, la foresta di sempreverdi infiniti piena, ne sono sicuro, di gnomi e di fate, il prato del campeggio ai bordi della pista da cross. La Germania è bella. Una goduria per gli occhi. Mi chiedo da un po', da quando, in sostanza, ho messo per la prima volta piede in questa nazione particolare, come possono mantenere questo equilibrio tra una industrializzazione che ha pochi equivalenti al mondo e una natura così armoniosa. Beh, magari l'argomento non è proprio banale però ogni volta l'impressione è la stessa e mi pongo le stesse domande.

Dell'arrivo ricordo l'incendio della moto di Valter (lui sì capace di fare di tutto con una mano sola mentre guida la moto), causato da poca benzina venuta a contatto con lo scarico e prontamente estinto da un intervento di un amico tedesco. Nessun danno solo paura.

Resta l'incazzatura (molto, molto romagnola 😊) di Ciacio. Non avevano dato il premio al suo amico Pompili, proprietario ed autore, secondo lui ma inequivocabilmente, della Elefant più bella fra tutte. In effetti, il Pompa, è un elaboratore particolarmente abile, capace di far risorgere dall'inferno della quasi rottamazione una moto rinnovata e lucida, praticamente perfetta. E la sua Elefant è bellissima. Ma, nel 2007, in Austria, aveva già ottenuto l'ambito riconoscimento (tra l'altro, per la stessa moto) e il premio non è nato per premiare "la più bella" ma la più simpatica, la più originale, la più inventiva, ecc. e, sì, anche in qualche caso, ma non necessariamente, la più bella. Non è un premio classico, di quelli attribuiti mediante riunioni ufficiali di giurie paludate e pompose, ma un gioco, un divertissement, dato a giudizio di chi si prende la briga di deciderlo, senza investimenti particolari da parte di comitati e cose del genere. Qualcuno dice "ci penso io" e lo fa, punto. Un anno lo abbiamo dato io e Riccardo, girando nel campeggio e gettando una rapida occhiata alle moto, a nostro insindacabile giudizio. Ma si sa, fin dai tempi della guerra di Troia, che i premi dati dalle giurie (che sono umane, con valutazioni giocoforza soggettive) lasciano sempre scontento qualcuno e, se a Cannobio nessuno si era lamentato della scelta, ad Haunsdorf il premio è andato ad una Elefant sidecar da fuoristrada che non ha convinto più di tanto. Sicuramente non Ciacio.

Restano le visite a Rothenburg ob der Tauber e Ansbach, tutti insieme, con le nostre moto, a rinnovare il piacere della guida tra amici, assistiti da Andreas che parla un ottimo italiano e grazie al quale le visite sono state sicuramente più interessanti.

Resta, infine, il viaggio di ritorno. Nei giorni dedicati al raduno aveva piovuto, anche con rovesci violenti, ma tutto sommato eravamo riusciti a fare le nostre escursioni all'asciutto. Infatti la pioggia era caduta soprattutto di sera, quando ormai ci dedicavamo a birre e chiacchiere. Al momento di partire sembrava che il tempo ci avrebbe concesso la necessaria tregua ed un viaggio confortevole. Invece, percorsa poca strada, siamo incappati nella più violenta e fredda grandinata che, a mia memoria, mi sia mai capitato di affrontare in motocicletta. Ora, non è che io me ne vada in giro sulle due ruote solo col sole ed il bel tempo, certo, li preferisco ma, se mi capita, viaggio anche con la pioggia, anche quella forte. Nell'occasione del viaggio in Inghilterra, ad esempio, ho, assieme ai miei compagni, guidato per ore sotto la pioggia battente, con le strade ridotte a lastre d'acqua vaste e simili a specchi di vetro, anche a velocità sostenuta. Insomma non sono un motociclista solo "da secco". Ma la pioggia unita con la grandine e soprattutto il freddo patiti nel ritorno da Norimberga li ricorderò sempre come il limite oltre il quale è molto, molto meglio cercarsi un bel ristorantino a bersi un po' di cioccolata calda.

Quella volta, l'arrivo in Italia, superato il Brennero, è stato come il sentirsi riavvolgere in un caldo e amoroso abbraccio. Ed anche questo, alla fine, è un bel ricordo.

Piero Niccolai

Italia2010

Anche questo raduno è volato via, è stato come sempre molto piacevole incontrarsi, rivedere vecchi amici e anche nuovi come fossero vecchi amici da sempre, della spontanea e sincera amicizia tra i partecipanti ne è rimasto meravigliato anche un'amico neoelefantista che non è ancora iscritto, ma si è fatto un veloce giro il sabato pomeriggio nel campeggio.

Molto bello il giro alle cascate del Toce e al laghetto sopra (1700 m), cosi come è stata piacevole la visita alla Cagiva con l'escursione in traghetto solo per noi, ma la cosa che più mi piace è l'atmosfera tra noi che si crea nei "capannelli notturni" che si fanno in mezzo alle tende e che si protraggono fin oltre le tre del mattino (un classico dei raduni elefantistici).

Un Grande Grazie agli organizzatori ed ai partecipanti

Che dire? Il mio primo raduno, una marea di fotografie rubando qua e la soluzioni tecniche, alcune fantastiche, altre delle vere schifezze a mio giudizio, ma pur sempre funzionali. A conclusione del raduno mi sono fatto questa idea: noi italiani curiamo molto le moto anche in bellezza, mentre gli stranieri inseguono quasi esclusivamente la funzionalità ma mi hanno dato molti spunti per migliorie future. Naturalmente con calma metterò le foto a disposizione, che penso si andranno ad aggiungere a tutte le quelle scattate dagli altri elefanti italiani.

Io sono stato benissimo, ho finalmente incontrato molti che conoscevo solo qui in lista (il grande Cem ad esempio…) e la cosa mi ha fatto molto piacere. Molto bella la giornata dell'evento speciale, fantastico quando abbiamo traghettato riempendo la nave di moto. Oltre 100 elefanti che si recavano alla Mecca per adorare le divinità della Dakar: una bellissima esperienza.

Unico neo, secondo me, è vedere Jirmo con quella cosa su due ruote che chiamano "Tigre", che vicino ai mastodontici elefanti ci sta come i cavoli a merenda…… Scherzo dai……o forse no…!

Comunque un grazie particolare agli organizzatori italiani, Jirmo, Kiwi, il Prode a cui aggiungerei Alberto Benci, i quali tutti quanti si sono sbattuti per la migliore riuscita dell'evento. Tutto è perfettibile, si sa, ma io ho visto davvero un bel raduno e sono già pronto per Norimberga: "Quando si parte"??

Tabacci, Savera

Portogallo 2009

Finalmente si parte. Raggiungo Valter a Milano, dove prendiamo l'autostrada per Genova uscita Genova porto. Una nave diretta a Tangeri in Marocco e che fa scalo a Barcellona ci attende all'imbarco. Molte le vecchie auto e furgoni stracarichi fin sopra il tettuccio, che salendo sulla rampa della nave sferragliano pericolosamente strisciando il terminale di scarico.

Con le moto ben legate nella stiva e sistemati i bagagli in cabina, perlustriamo la nave, bella e con tanti giovani a bordo, equipaggio compreso. Imbarcarsi si è rivelata un'ottima scelta. Unica cosa negativa la defezione di Franco che purtroppo, per problemi famigliari ha dovuto rinunciare al Viaggio.

Sbarcati a Barcellona e sbrigate le foto di rito lungo La Rambla, muoviamo in direzione Madrid che è ormai pomeriggio. Valter con la sua special ad iniezione ed io con la mia AC 900 messa a nuovo e dotata per l'occasione di pignone da 16 e corona da 44, appena lasciato la cerchia di Barcellona fitta di autovelox ci sfoghiamo per lunghi tratti a medie molto elevate. Molte le soste da tabagismo. In serata cerchiamo una sistemazione per la notte che troviamo a Catalayud una cittadina tipicamente spagnola. L'indomani dopo circa 200 km arriviamo a Madrid, che lasciamo in fretta per dirigerci a Toledo all'appuntamento con Cesare che ci ha preceduto con la sua GT ie originalissima targata Varese. Sistemati in un hotel economico ma decoroso, e messo a riposo le cavalcature visitiamo la bella e storica città. Il giorno seguente è venerdì e riprendiamo il viaggio di buon'ora. ci sono circa 600 km da fare e nel tardo pomeriggio arriviamo a Colares e al raduno. l'International Treffen Cagiva Elefant del 2009 in Portogallo è stato per me un raduno anomalo per vari motivi.

Dopo aver scambiato i saluti con i volti più o meno noti ci siamo addentrati nella struttura per visitarla.

Si trattava di una colonia estiva per bambini. Numerose erano le casette dormitorio con letti a vista tipo camerate in contesto verde e alberato.

In una di queste, unico occupante, incontriamo Ottorino, elefantista marchigiano e viaggiatore solitario. Un personaggio. I bagni comuni erano per bambini e non proprio funzionali agli adulti. Non c'erano porte negli stretti wc, tutto a vista ed un solo lavabo al centro! All'ingresso della struttura si trovava il bar/ristorante dove si concentravano i pochi bikers presenti. Di fronte all'ingresso del bar c'era un verde prato in pendenza, più a lato un parcheggio sterrato dov'erano le moto e dietro una piccola piscina in muratura. Qualcuno ci ha indicato dei terrazzamenti sabbiosi sopra il parcheggio esterno. Letteralmente ci siamo arrampicati lassù dove abbiamo montato la tenda nelle vicinanze di altri elefantisti. Non eravamo gli unici italiani. C'era anche il dottore Emilio dal profondo sud della penisola con i suoi amici, tutti con mogli al seguito ed un fitto programma di viaggio. Loro si erano ben sistemati in alcuni chalet sul lato ovest non ancora descritto, dove solitamente soggiornano gli educatori ed addetti in genere della colonia. Non abbiamo mai saputo se gli organizzatori avessero dei programmi. Di fatto ci siamo autogestiti. In quel periodo nella nostra mailing list si discuteva anche in modo acceso sulla correttezza o meno degli inglesi che avevano già da allora indossato i panni degli organizzatori. Questa loro iniziativa negli anni si rivelerà un bene per tutti, appianando le divergenze di opinioni, ma allora mi trovavo tra quelli che la osteggiavano influenzando inevitabilmente il mio atteggiamento. Speriamo che Emilio abbia fatto meglio di me.

Cesare avrebbe voluto visitare il santuario di Fatima, ma dato la sveglia non proprio mattutina, la distanza e le strade tortuose, decidiamo di visitare il più vicino Palàcio Nacional Da Pena, uno dei 7 siti portoghesi dichiarati dall'Unesco patrimonio dell'umanità immerso nel suo parco e nella Serra di Sintra. Spettacolare!

Rientriamo e facciamo in tempo a fare un po' di mare. Verso sera ci attardiamo nel parcheggio del raduno con Emilio per poi involarci verso Cabo da Roca una località vicina, allo scopo di goderci il tramonto dal punto più ad ovest dell'Europa continentale, ma arriviamo troppo tardi ed il sole è già per meta dietro la linea dell'orizzonte. Peccato! Suggestiva invece la vista delle scogliere a picco sull'oceano.

La domenica mattina Cesare ci dà la sveglia per salutarci perché intende visitare Lisbona mentre Valter ed io abbiamo in programma di andare in Algarve per poi risalire la Spagna facendo 2 o 3 tappe stabilite. Come un gesto celebrativo ci prepariamo un caffè e ci salutiamo dandoci appuntamento a Barcellona. Smontiamo la tenda, carichiamo le moto e con tutta calma ci soffermiamo a chiacchierare con chi capita nel parcheggio.

Si parte ed in serata dopo aver viaggiato per strade quasi prive di traffico attraversando ampie zone aride del Portogallo giungiamo a Tavira , una cittadina lungo la costa atlantica dell'Algarve dove ci permettiamo una sistemazione di categoria in hotel con piscina. All'inizio il luogo non sembra un granché, ma la sera quando la giriamo a piedi scopriamo scorci caratteristici che ci fanno cambiare idea. Come tante località di quel tratto di costa Tavira non è direttamente in contatto con l'oceano aperto ma è protetta da lunghe ed ampie lingue di terra che di tanto in tanto si aprono mettendo in comunicazione innumerevoli vie d'acqua. Alcune lingue di terra sono talmente belle e ricche di vegetazione che sono diventate mete turistiche e balneari di grande richiamo. la mattina prendiamo il traghetto bus e ci rechiamo anche noi sull'isola di fronte per una giornata di mare.

Il giorno seguente ricarichiamo le moto e ci dirigiamo in una località dell'interno della Spagna, alla ricerca di un agriturismo isolato sulle rive di un lago artificiale che un elefantista austriaco al raduno ci ha tanto raccomandato. Il posto è bello e selvaggio. Non senza affanno raggiungiamo la meta ma non troviamo nessuno in casa, sicché decidiamo di procedere verso la costa. Valter era appena davanti a me ed ho visto perfettamente tutta la scena. Appena dopo il culmine di un dosso c'è un incrocio. Una donna di nazionalità inglese alla guida di una Subaro Forester si accinge dalla destra ad immettersi sulla strada in direzione opposta la nostra. Forse tradita dalle diverse guide volgeva a noi la nuca quando decide di partire tagliando la strada a Valter che è costretto inevitabilmente ad impattarla. Ruota contro ruota Valter è sbalzato una decina di metri avanti scavalcando l'auto e con un gesto misto di agilità ed istinto atterra rannicchiato senza danni apparenti. Piastre forcelle, cerchio ed attacco pinze freno sono rotti. Questi i danni più gravi ed evidenti sull'elefantessa ferita che sentenziano un cambio di programma obbligato. Per la cronaca anche la signora inglese che ha causato il sinistro è rimasta a piedi col semiasse della ruota anteriore sinistra rotto! Lunghe le attese per polizia e accertamenti. Ancor più atteso il soccorso stradale che giunge quasi col buio e che poi ci conduce fino a Torre del Mar, direttamente in albergo. Il giorno seguente dopo alcune ricerche telefoniche, con l'unica Cagiva superstite ci rechiamo fino a Malaga in zona aeroporto per noleggiare un furgone adatto al trasporto. Ci noleggiano un Citroen Jumper che riconsegneremo a Barcellona. Recuperiamo la moto al deposito del soccorso stradale e torniamo a Torre Del Mar dove acquistiamo le cinghie a cricchetto. Caricate e assicurate entrambe le moto la mattina seguente dopo aver ben riposato ci avviamo verso Barcellona dove arriviamo in serata. Troviamo una sistemazione in zona porto ed anche un parcheggio libero nelle vicinanze e con un po'di apprensione ci dirigiamo a piedi per far serata lungo La Rambla e dintorni. Il Giorno a venire ci ritroviamo con Cesare che ha seguito il suo itinere ed è appena tornato a Barcellona.

Passiamo la giornata insieme a visitare la città, per finire a Barcelloneta il quartiere balneare a lato del porto nuovo.

Valter ed io desideriamo cenare senza far tardi, ma facciamo male i conti ed entriamo in agitazione. Abbiamo la nave in tarda serata ma prima c'è da terminare il noleggio. In tutta fretta ci dirigiamo al porto ma col traffico caotico di uno sbarco in corso diventa un incubo. Troviamo finalmente un parcheggio adatto per scaricare tutto dal furgone col quale Valter per consegnarlo si rituffa nel traffico del centro seguito in moto da Cesare. In attesa del loro ritorno carico quasi tutti i bagagli di entrambi sulla mia moto e raggiungo il piazzale di imbarco per poi tornare a prendere il resto. Spingere la moto di Valter con tutti quei danni all'avantreno non è facile e costa molta fatica. Finalmente i 2 ritornano e cosi completiamo la spinta. Tutto bene. Capiamo che ce la abbiamo fatta e con riconoscenza salutiamo Cesare dandoci appuntamento in Italia.

Le 20 ore di nave passano bene e tranquillamente. Sbarcati a Genova ci attende un'ultima fatica. Dobbiamo spingere la moto fino alla postazione di frontiera distante alcune centinaia di metri, dove finalmente ci attendono Giovanni Minotti alias Manaus col suo furgone e Franco Tabacci alias Frk venuti a soccorrerci. Sbarchiamo e spingiamo la moto fino a raggiungerli. Grondante di sudore saluto i sorridenti amici e torno a prendere la mia moto lasciata appena giù dalla nave. Li raggiungo di nuovo, scarico i bagagli di Valter e guardando l'elefantessa ferita già sul furgone so che guarirà presto perché è in buone mani, quelle di chi l'ha realizzata e quelle di chi l'ha da sempre curata.

Sono stanco ma felice di aver vissuto una bella vacanza, anche sfortunata e forse per questo ancor più memorabile.

Saluto con affetto e gratitudine gli amici, rimonto sulla fedele Cagiva, e ringraziando la mia buona stella mi involo, solo, verso casa.

Marco Rizzati

Francia 2008

NON sarò breve!

Premessa: un ringraziamento particolare a Daniela, la mia donna, che continua a sopportarmi nonostante tutto. Un grande abbraccio a Beppe Ricci, senza il quale non avrei mai raggiunto il raduno e a Mario Roby Pazzi, per il motorblack e l’aiuto datomi nella riparazione.

Un grande abbraccio circolare a tutti, ma proprio tutti quelli che mi hanno aiutato, sostenuto, aspettato e consigliato prima, durante e dopo quest’avventura …

Primo giorno: L’avventura ha inizio

James partirà la sera, non ho voglia di fare il viaggio da solo, perciò anche se per me vuol dire allungare di parecchio la strada, decido di unirmi al picchetto bolognese. Appuntamento alle 9, alle 7.30 esco di casa con moto carica di borse, tenda, vestiti, sacco a pelo e morosa. Su per la Porrettana (per chi non la conosce è la strada che porta da Pistoia a Ferrara, passando per Bologna) il traffico è il solito infrasettimanale, nulla di preoccupante, soltanto qualche camion a rallentarmi ma non troppo, arrivo nel punto prestabilito in perfetto orario e trovo ad attendermi il buon Ferro…gli altri (Kiwi e Siccobi) sono in leggero ritardo, niente di che…

Ci siamo tutti, si parte! Imbocchiamo l’autostrada e ci incamminiamo verso il confine, la noia del viaggio è fortunatamente spezzata dalle soste benzina/paglia/acqua/riposonatiche, ma soprattutto dalle chiacchiere in compagnia, fra il serio e il faceto il tempo sosta vola. Arriviamo al picchetto stabilito col GVM, ma non li troviamo causa ritardo partenza per problemi da risolvere ai loro mezzi…poco male, ci ritroveremo il giorno dopo. Il primo posto stabilito per dormire è Brignoles, ma è sempre presto per fermarsi, che facciamo? Le gole del Verdun sono vicine quasi quasi… massì, andiamo! Lasciamo l’autostrada francese (carissima) e ci inoltriamo nell’entroterra guidati dal Prode Scout, primo paese, secondo, e inizia una strada in salita verso i monti, la temperatura inizia ad essere ottimale per le moto e per noi, visto che lungo costa si sudava viaggiando col vento in faccia, gradisco molto la cosa, e mi piace anche la strada: asfalto in ottime condizioni e poche curve cieche. Una vera goduria! Un paio di soste foto, una bella panoramica su ciò che ci siamo lasciati alle spalle e una sulle splendide gole del Verdun…uno spettacolo mozzafiato, sembra il gran Canyon, ma più verde e con l’acqua in fondo. Per risolvere il problema benzina allungheremo la strada di qualche km, ma ciò ci permette di goderci appieno il lago di Saint Croix dall’alto…che posti!

Arriviamo a Brignoles giusto in tempo per entrare nell’F1 locale e cenare (miseramente) al McDonald lì vicino, beh, non c’è altro, facciamoselo andare bene. Il dopo cena scorre tranquillo in compagnia fuori del locale fra racconti di aneddoti, avventure passate, battute e risate…insomma i soliti "bischeracci" italiani che tirano a far tardi per godersi qualche giorno di ferie. Letto, riposo.

Secondo giorno: La tragedia

Giorno, siamo svegli, tutti a fare la nostra prima colazione francese che lascia un po’ a desiderare, ma almeno è abbondante. Siamo pronti, le moto cariche e tutti in sella…fuoco alle polveri! Attraversiamo Brignoles e ci dirigiamo su strada normale in direzione Carcassonne. Avremo fatto circa una ventina di chilometri quando avviene il fattaccio, mentre sorpasso un furgone la moto tossisce e si spenge. Merda! Provo a scalare, ma non c’è niente da fare, rientro dal sorpasso e mentre accosto suono per far fermare gli altri. Che sarà successo? Iniziano i tentativi di rito: fusibili, controlla che ci sia corrente, ecc. Sembra tutto a posto, allora proviamo a spinta ma anche in sesta la ruota rimane inchiodata. Merda! Ho l’albero bloccato e non capisco il motivo. Mentre facciamo le nostre prove da provetti meccanici, Daniela pensa bene di fermare qualcuno, dopo qualche tentativo si ferma un motard francese, gli facciamo capire il problema e ci dice di aspettare. Torna dopo una ventina di minuti in automobile, con i cavi per la batteria e visto che siamo in una piana al sole cocente, con acqua fresca per tutti. Che roba, questa si che si può chiamare solidarietà fra motociclisti! Anche con i cavi non risolviamo, allora il tipo si prodiga per trovare un meccanico, che dice sarà disponibile dopo un paio d’ore. Aspettiamo, mentre io cerco di farmi passare l’incazzatura smontando mentalmente tutto ciò che conosco di questo motore, Kiwi trova lì vicino la stele di Caio Mario, per un appassionato di storia romana come lui una manna, per me un semplice sasso. Mentre il tempo passa, il buon Ferro ha un lampo di genio "Ma Ricci non veniva su col furgone? Magari è vicino, proviamo a chiamarlo", (grande Cimbro!) infatti è a pochi chilometri da noi, ci raggiunge mentre arriva il GVM con James guidati dalle indicazioni che gli avevamo dato per trovarci. Ok, il danno sembra grave, inutile starsene sotto il sole delle 14, conviene caricarla sul furgone ed andarsene. Ci facciamo posto spostando il Ciclope (bella realizzazione dakar), gli attrezzi, i bagagli, ecc…

Si riparte, invidio quelli che sono in moto guardandoli tristemente dalla cabina del furgone giallo (e ben climatizzato) insieme a Daniela e Beppe alla guida. Ci dirigiamo in direzione autostrada verso Carcassonne come da programma stabilito con gli altri, strada noiosa, ma resa piacevole dalle chiacchiere in compagnia. Arriviamo a destinazione dopo una sosta, prendiamo subito possesso dei nostri alloggi nel Formule1 locale e prenotiamo per gli altri, vista l’affluenza di gente è consigliabile. Arrivano tutti, ci si lava e siamo pronti per andare a mangiare nell’unico locale vicino aperto a quell’ora, il Buffalo Grill, dove si mangia carne & co in stile americano…sarà soltanto il primo di una lunga serie di libagioni in tale catena di ristoranti.

A letto presto stasera, non ci perdiamo troppo a veglia davanti l’albergo. La stanchezza si fa sentire e domani avremo ancora parecchi chilometri da fare.

Terzo giorno: in viaggio con Beppe fino al raduno

Eh, sì…il mio viaggio prosegue in furgone, ma vediamone il lato positivo: aria condizionata. Beh, devo pur trovare qualcosa di buono nella sfiga! Ma oltre a questo avremo modo di conoscerci tutti meglio, devo dire che Beppe non rimane mai a corto di argomenti, un ottimo oratore. Siamo a metà giornata, la fame comincia a farsi sentire e decidiamo di uscire dall’autostrada attirati da un cartello pubblicitario di un paese, tutti d’accordo, andiamo!

Il paese in questione si presenta bene mentre saliamo, un antico borgo sopra un rilievo che fa ben sperare, parcheggi attrezzati per i turisti e un paio di posticini per mangiare. Ne approfittiamo per fare un giro in piazza, vista della chiesa (da fuori) e via con le gambe sotto il tavolo, menù a prezzo fisso, niente di particolare ma accettabile.

Di nuovo in strada, riprendiamo la via di grande comunicazione e ci mettiamo in direzione Bidart, non dovrebbero mancare ancora tanti chilometri. Ennesimo camion da sorpassare, una macchina che va un po’ a zigzag, occhio all’autovelox…e quello laggiù chi è? Moto enduro, la targa da lontano sembra italiana e guarda com’è carico! Avvicinandoci si vede meglio, si direi proprio che è un’Elefant, targata PZ…chi vuoi che sia se non il dottore? Lo affianchiamo in sorpasso e ci gesticola qualcosa, fermiamoci in Autogrill che è meglio…Beppe spenge il furgone e appena Buccino si toglie il casco ci accoglie con un bel "Ecchecazzo", tanto per non smentirsi. Saluti, caffettino, sigaretta e andiamo che ormai ci siamo!

Arrivati al raduno, convenevoli con i locali e iscrizioni per tutti, mentre sono al casottino esce Walter (lo sfizzero) e Walter (il milanese) che ci dicono dove hanno le tende, ci aggreghiamo e alla fine occuperemo 5 piazzole…monta la tenda, scarica la moto dal furgone e appoggiala ad un albero, tanto non funziona (sigh), le solite cose… Arrivano altri già sistemati; il Pazzi con gli altri ragazzi, ma loro dormiranno in albergo. Nel tardo pomeriggio arrivano anche i "traghettati" ovvero Kika (anzi, Dottor Chicarella), Faccina al secolo Massi e il nuovo arrivato Ottorino, che come prima presentazione l’ha fatta in grande stile venendo fino qua. In tarda serata arriveranno anche gli altri che erano partiti con me, raccontano di essersi fermati a Lourdes (per la gioia di Piero) e altra tappa per pranzo.

Tutti a cena e dopo serata fra amici, giusto per farci riconoscere che siamo italiani la sicurezza ci ha richiamati all’ordine, c’è gente che vuol dormire sarebbe meglio non fare casino!

Quarto giorno: la rinascita

Ci alziamo abbastanza tardi, tutti a far colazione a base di..boh, c’era veramente di tutto da mangiare allora approfittiamone! Ritorno alla tenda e guardo la moto, Roby arriva e dice di avere la pasta per chiudere il blocco e allora perché non mettersi all’opera? Mal che vada la richiudiamo così com’è! Stendiamo la poveretta sul prato e iniziamo le danze, peccato che l’ombra duri poco e ci ritroviamo a lavorare sotto il sole quasi subito…inizio a sbullonare tutto il coperchio sinistro, poi con l’aiuto di pinze e martello lo leviamo. Referto: rotore dell’alternatore spezzato in due, merd…e ora? La fortuna mi si presenta parlando in francese, un elefantista autoctono ce l’ha e va a prenderlo a casa mentre ripulisco il tutto, torna strabiliando tutti portando insieme al pezzo nuovo anche la chiave apposita per bloccarlo..un mito! Il team si rimette in moto coadiuvato dal primario Roberto Pazzi per il trapianto, richiudiamo il tutto, la rimettiamo in piedi, accendo il quadro e…(attimo di suspence)…bruuumm! Troppo contento, siamo finalmente pronti per farsi un bel giretto della zona, non prima di aver fatto un lauto pasto all’ennesimo Buffalo Grill nelle vicinanze. Partiamo il pomeriggio io, Daniela e Massi in direzione San Sebastian (o Donostia in basco) dove facciamo i turisti per un paio d’ore ammirando il centro e alcuni personaggi locali dopodichè ritorno al raduno. È sabato, stasera c’è la serata principale del raduno non possiamo perdercela!

La serata scorre anche troppo tranquilla, i francesi hanno portato in mostra il 650 Ligier pronto Dakar ritrovata per caso in un fienile e risistemata a dovere…un pezzo di storia Cagivista! Viene annunciato il prossimo raduno…Lisbona, sarà una bella sfida! Le chiacchere vanno avanti sino a tarda ora in parecchie lingue, tant’è che andiamo a letto mentalmente distrutti dalle continue traduzioni simultanee delle nostre cervici.

Quinto giorno: si riparte

Ebbene, i giochi sono belli quando durano poco, il raduno si è concluso e ci apprestiamo a ripartire e goderci quella che forse è la parte più bella…il viaggio. Salutiamo tutti e ci avviamo verso la Spagna per accompagnare fino a Pamplona i "traghettati", ovviamente l’avventura continua e lo fa sotto forma di gara ciclistica che ci inchioda su una rotonda per una mezz’ora abbondante a pazzeggiare sul prato. Vabbè, tanto siamo in ferie ce la possiamo anche prendere comoda.

Strada facendo passiamo dentro a scenari bellissimi (il viaggio in moto è fondamentalmente questo, fare parte del paesaggio e non ammirarlo da spettatori attraverso i finestrini di un’auto simili a televisori) paesi e castelli stupendi che difficilmente avremo occasione di rivedere.

Salutiamo e abbandoniamo gli altri a Pamplona per ritornare in Francia, non prima di un buon pranzo sul confine lungo la strada che ci porterà a Roncisvalle, luogo di una storica battaglia spiegataci dal buon Riccardo che conosce anche questo evento (e ci credo che ha sbancato il Milionario). Superiamo il passo godendo per il fresco trovato lassù ed iniziamo a scendere a valle, si sta facendo tardi, meglio cercare un giaciglio per la notte sottoforma di albergo in quel di Tarbes, piccola cittadina che ci stupirà a cena…è la finale della Coppa Europa e i locali si lasciano andare a festeggiamenti!

Sesto giorno: ci avviciniamo all’Italia

È deciso, oggi visitiamo meglio Carcassonne visto che all’andata ci ha incuriosito già da lontano. In effetti meritava proprio una visita accurata, l’enorme castello sul colle è stupendo, facendo il giro turistico a bordo del trenino ci viene spiegata tutta la storia e le varie fasi costruttive e l’utilizzo di ciò che oggi è una forte attrazione turistica dotata pure al suo interno di vari ristoranti di cui approfittiamo per pranzare.

Ci siamo fatti una cultura, ora imbocchiamo l’autostrada sulla costa per avvicinarci il più possibile al confine viaggiando finché stanchezza e fame non ci fermeranno (detto così sembra quasi epico, ma è stata la cruda realtà) La sera ci vedrà ospiti dell’F1 di Brignoles, lo stesso della prima notte oltreconfine dove avremo qualche difficoltà con la cena, risolta mestamente con riso cantonese precotto scaldato nel microonde (la fame è fame).

Settimo giorno: casa

È veramente giunta l’ora di raggiungere casa, ma abbiamo ancora un giorno per stare insieme. I milanesi (Franco e Walter) ci salutano perché approfitteranno dell’occasione per attraversare le Gole del Verdun che noi abbiamo già visto, a noi non resta che incamminarci per l’Italia soffrendo il gran caldo della costa francese obbligandoci ad una lunga sosta il autogrill. Attraversato il confine e stabilito sulla mappa dove dovremo dividerci, usciamo dall’autostrada per concederci un ultimo pasto in compagnia…il primo VERO piatto di pasta al pesto da quasi una settimana. Siamo proprio italiani, non si può resistere a lungo senza le nostre tradizioni culinarie e il caffè che non sia una ciofeca da mezzo litro…

Il gruppo si scinde ulteriormente, Kiwi, il Prode e Ferro affronteranno la pianura Padana mentre io e Girmo proseguiamo sulla costa tirrenica, ma l’avventura finisce soltanto quando parcheggi la moto a casa e giri la chiave su off, infatti la moto di James ci offre spunto per prolungare un po’ il viaggio, un problemino elettrico che ci porterà ad uscire a Massa per raggiungere il negozio di Miky per un controllo fortunatamente rivelatosi roba da poco, permettendogli di raggiungere casa.

La storia finisce qua, chi c’era sa di cosa ho parlato finora e chi non c’era magari si sarà convinto che la prossima volta farà bene a venire. Un viaggio del genere affrontato con gente come voi si rivela un’avventura ogni volta unica…benedetto il giorno che v’ho incontrato!

Tomas Spadoni

Austria 2007

Ogni volta è sempre un po’ difficile iniziare un report. Poi si prende il via e si rivivono quelle emozioni provate durante i viaggi quando, nelle lunghe ore alla guida, ne penserò a decine nella mia mente che poi puntualmente dimentico una volta fermo.

I preparativi.

La sera prima le previsioni del tempo sono la trasmissione più gettonata. Niente di buono, purtroppo. La pioggia, una delle compagne di viaggio più indesiderate dai motociclisti preannuncia il suo arrivo. Ma si sa, a volte sbagliano, a volte le previsioni non ci prendono. I preparativi seguono un rito compiuto decine di volte. La memoria ripesca l’elenco delle cose da portare e una per una le si prepara e poi le si imbusta. Carico la moto, valigie laterali, baulone, borsa da serbatoio, tenda al posto del passeggero…come peso saremo sui 400 chili, me compreso. Boh, forse ho esagerato. Però la moto così fa molto "traveller", un discreto colpo d’occhio. Arriva Alex Gradi, due spaghi al volo e poi a nanna.

Il puntello.

La mattina del venerdì ci saluta con un bel sole, rapida vestizione e via, al puntello con gli altri. Strano, siamo puntuali. E con pochi minuti di ritardo arrivano i toscani, incredibile! Non gli faccio nemmeno togliere il casco, poveroni, via per la 325 al puntello seguente, direzione Casalecchio, dove arriviamo con neanche un quarto d’ora di ritardo e i bolognesi ci sono già.

Bibo brontola…

Lascio tutti alla colazione, paglia, benza e similari e mi dirigo verso casa, a vedere la mia bimba come sta. Li lascio ma li ritroverò molto presto…

Pensieri di viaggio.

È straordinaria la quantità di pensieri che si fa quando si viaggia, un filo continuo di cose apparentemente slegate fra loro, interrotte soltanto dalle soste e dalle "ciaccole" con gli altri per poi riprendere come d’incanto appena il viaggio ricomincia. Non starò a parlare di tutto ma solo di una cosa particolare: le case. Avete mai fatto caso a quante case abbandonate ci sono ai margini delle strade? A decine; e mano a mano che si attraversano regione e contrade queste cambiano d’aspetto e forma ma tutte mantengono quell’aria malinconica e spettrale dell’abbandono. Ricordo bene quante ce n’erano su per la statale del Tarvisio, case molto grandi e belle, vuote e cadenti. Friuli, terra d’emigrazione, fino a pochi decenni fa. Da lì se ne andarono in molti e mollarono tutto, lasciarono la propria casa e via, in cerca di fortuna. Eppure qualcuno la costruì e fece fatica, spese denaro, la abitò e ci dedicò la vita, almeno in parte. Chissà che penserebbe se la vedesse adesso…una parafrasi della vita, ci diamo tanto da fare per qualcosa e poi, finiti noi, tutto si disfa. Viene da pensare che è meglio vivere alla giornata, del resto "chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza". Pensieri malinconici, un sospiro e vanno via, d’altronde stiamo andando in vacanza.

Il confine.

Mak ci guida verso il confine. Che bello non preoccuparsi della strada, posso guardarmi intorno; ma prima ci fa fare una piccola deviazione in Slovenia perché "la benzina costa meno" con quel marcato accento veneto cantilenante. Sorrido dentro il casco. Smetto di sorridere quando arriviamo al confine fra Slovenia e Austria. Due di noi non hanno preso i documenti d’identità e la guardia austriaca li trattiene, se vuole può rimandarli indietro. Ci fermiamo e aspettiamo, qualche moccolo, qualche proposta di alternativa ma ecco che li vediamo arrivare per fortuna!

Bibo brontola…

Lo scout e la scopa.

Ogni gruppo che si rispetti ha il suo scout e noi abbiamo il Prode. Metterlo davanti è una certezza, senza GPS o altre diavolerie ci guida sempre verso la méta. Zambo fa la scopa. Di solito tocca a me stare dietro e cercare di tenere il gruppo unito ma stavolta il mio bestione zoppica e allora non è prudente che io resti dietro, se mi fermo mi pèrdono. Ma tutto fila liscio.

Il campeggio.

È ormai pomeriggio inoltrato quando arriviamo al campeggio. È carino, il posto è incantevole sulle rive di un lago circondata da monti, proprio come ci si aspetta che sia la Carinzia. L’accoglienza è delle migliori, un po’ di cibo, acqua fresca e grappa per tutti. Ma il cielo non promette niente di nuovo, meglio sbrigarsi a montare le tende. Ci accampiamo vicino alla riva, saltano fuori le bandiere italiane e una viene issata sul lampione. Detto fatto, comincia a piovere.

La cena e l’ospite.

Gulasch per tutti.

Bibo brontola.

Però questo è molto migliore di quello sloveno, è caldo e saporito, io ne mangio tre ciotole ma altri non gradiscono. Spuntano cotolette e similari e intanto continua a piovere. L’ospite è Edi Orioli, vecchia gloria della Parigi-Dakar quattro vinte di cui due su Elefant. Lo osservo, è piccolo, lo sguardo attento e furbo, misurato nelle parole e attento nei gesti, insomma riservato. Sta lì, chiacchiera, fa autografi, si guarda in giro e poi fa un gran discorso che noi non sentiamo quindi se ne va.

Le tende.

La notte del venerdì prosegue fra chiacchiere (tante), goulasch e acqua, tanta acqua. Come detto, continuano gli arrivi alla spicciolata sotto la pioggia battente, WalterWm, il Conte Wally e Marco Pistun Bumbà. I loro racconti sono normali per le persone normali ma terribili per un motociclista che sa cosa vuol dire viaggiare sotto l'acqua, di notte, in un paese straniero senza sapere bene dove andare ma sapendo bene i rischi che sta correndo. Bravi, ragazzi, bravi, vi siete meritati il nostro applauso. Alcuni di noi hanno la disavventura di vedere la propria tenda allagata, come Violino (tanto) e Bibo (poco). La faccia e le espressioni di Violino sono mitiche, con la roba che galleggia all'interno. Bibo ha preso una tenda un po’ più grande, ora sta solo piegato in due, in Slovenia ci stava piegato in tre. È già qualcosa. Purtroppo non è abbastanza per la sua schiena che il giorno dopo dà forfait e lo blocca per tutto il giorno.

La mia tenda, al battesimo dell'acqua, resiste egregiamente.

Il mattino.

Piove buona parte della notte, è bello sentire il ticchettío dell'acqua sulla tenda e stare dentro all'asciutto, chiusi dentro il sacco a pelo al caldo. Siamo tutti molto stanchi, io mi addormento subito. Mi sveglio che il sole è già alto, esco dalla tenda e…meraviglia, vedo un panorama stupendo. Il cielo è limpido e l'aria pulitissima, il lago rispecchia ancora di più ciò che gli sta intorno. È bellissimo. Rimango un poco in silenzio ad ammirare tanta bellezza e poi mi volgo verso le tende, il campeggio si rianima, alcuni sono già svegli, altri russano ancora. È una bella gara fra il Prode, Ferro e Bibo, non saprei proprio dire chi ronfa di più in mancanza di Titus. Benedetti tappi, mi hanno salvato ancora una volta.

Mi avvicino a qualcuno e provo a dirgli qualcosa e scopro di essere completamente afono, non ho più voce. Non mi era mai successo e, cosa più terribile, mi tocca stare zitto…. ;)

La riparazione.

Dopo colazione si fanno i programmi della giornata. “Facciamo quel giro”, “no facciamo l'altro” ma mi si sta riservando una sorpresa poco gradita. È dalla partenza che la mia moto, all'accensione, parte a un cilindro e va ad uno per una mezz'ora prima che anche l'altro cilindro si decida a fare il suo dovere. Chiamo Alex e gli chiedo un consiglio e poi, con lui, cominciamo a verificare le candele, che sono ok. Quindi smonto la pipetta e provo…nessuna scintilla. Brutto segno.

Cominciamo con i controlli di rito, via il serbatoio e controllo bobine, ok anche quelle. Uhm… Arriva un tipo di Forlì, quello che ha fatto l'Elefant-999 premiato la sera prima e che ha fatto colpo persino su Orioli.

Max_PC tira fuori un provvidenziale tester e via, misurazioni alla mano si provano le centraline, ok, e si risale per l'impianto fino alla diagnosi: bruciato un pick-up (o captatore -contento Violino?-). Che guaio.

Ho pensato di tornare a casa piano piano e pazienza, il mio raduno era finito lì. Invece Manaus mi guarda e mi chiede se ho due pick-up con me e mentre lo guardo con l'aria di chi dice: “ma secondo te, chi si porta dietro dei pick-up?” Marco Pistun Bumbà salta su e dice che li ha lui, un austriaco ha la pasta per richiudere il motore e allora…che aspettiamo?

Si ribalta la moto su un fianco e si smonta il carter di sinistra. Le mani esperte di Manaus sanno cosa fare, io e Marco aiutiamo circondati da tanti dei nostri e tanti curiosi. Sembrano i pensionati che guardano i lavori, i commenti si sprecano, le battute anche… ;)))) spesso rido anche io, Manaus è invece sempre concentratissimo mentre le sue mani continuano a correre sicure su cavi e fili, chiavi e bulloni. Finisce il lavoro grosso e poi lascia a noi “ragazzi” le rifiniture, come fanno i chirurghi con gli apprendisti.

In un'ora e quaranta l'Incrociatore ruggisce di nuovo! :) Un miracolo che non credevo possibile. E invece sì, grazie a voi ragazzi.

Il giro.

Ormai è quasi mezzogiorno, una lavata veloce e poi si parte per un giro battezzato “a naso” e che invece si rivelerà una scelta azzeccata. Il cielo si sta rannuvolando e non conviene allontanarsi più di tanto. Il Prode fa il solito battistrada, ci inerpichiamo per una salita molto sfiziosa, belle curve in ripetizione, strada decente per piegare e allora giù pieghe. Noto con piacere che l'andatura non è estrema ma è veloce e tutti gli Elefanti tengono il passo senza problemi. Per strada ci fumiamo un paio di jappe e una tedesca.

Si freme per correre ma non è ancora il momento. Ci si ferma in una specie di cottage, una GastHof per strada, mangiamo all'aperto, si beve e si ciaccola fino a che la pioggia tanto attesa arriva. Piove un'oretta e poi smette, saliamo sulle moto e via per un altro giro prima di rientrare.

La corsa.

Come detto, si freme per correre ma nessuno ha il coraggio di cominciare. Ci inoltriamo per una strada bellissima, quella che sale al Turracher Höhe, davanti sempre il Prode a fare l'andatura che mano mano aumenta…vedo che molti cominciano ad assumere le posizioni “da combattimento” e anch'io mi trovo a stare avanzato sulla sella. Curve su curve e l'andatura aumenta ancora…“bella questa strada”…“fantastica 'sta curva”…“minkia che piega”…e si va sempre più forte…qualcuno comincia a perdere il passo; io per fortuna abito in un posto dove la strada è simile e mi trovo a mio agio fra quelle curve, il lavoro fatto da Manaus è egregio e la moto risponde bene…comincio con i sorpassi, larghi per non dare fastidio e creare pericoli, mi passa Max Gilera (Max “Galera”, da come andava!) che sembra un folle e pensare che sono in due sulla sua moto, lo vedo sfidare una notevole quantità di leggi fisiche ma stare in piedi ugualmente e sparire davanti a tutti in poche curve. Mi spavento mentre passo il Cammello di Sergio che mi ruggisce a fianco con un rombo che quasi mi ribalta, non ho più manetta da dare e l'Incrociatore si conferma la moto più lenta del gruppo. Meglio così.

Arriviamo in cima alla salita e troviamo un delizioso laghetto, uno dei tanti. Siamo tutti eccitati dalla sfuriata che abbiamo fatto, Violino è epico nei sui commenti (che per amore di bon ton non riporto) ;) io scherzo con la figlia di James (“Gasssssssss!!!”) e tutti ridono e scherzano. Che bello vederli così.

Incrocio gli occhi sinceri di Ferro, mi dice che anche lui non aveva più manetta. Penso che forse era un problema dei nostri carburatori e dell'altitudine.

La foto.

Proviamo a fare una foto tutti in fila e inquadrati. Ma siamo italiani in tutto e per tutto, è praticamente impossibile senza impiegarci una quantità notevole di tempo e tentativi, banda di anarchici che non siamo altro.

Il rientro.

Si rientra, stavolta al piccolo passo perchè ci siamo sfogati abbastanza. Ormai si sta facendo buio, al campeggio ci aspettano gli altri.

Gli arrivi del sabato.

Arriviamo al campeggio e troviamo la lieta sorpresa di vedere altri di noi che sono arrivati nel frattempo. Vanni e i suoi amici, poi arriva anche Cesare, ancora abbracci e sorrisi e tante ciaccole, si sente la gioia di essere lì e la cosa tutta maschile di far parte di un gruppo.

Il mercato.

C'è poi una parte di raduno che ogni anno propone cose nuove e diverse e spesso interessanti, insomma si sta sviluppando un mercatino di pezzi usati, nuovi e seminuovi che presta il fianco a prese per i fondelli strepitose :) Capito “prezzi Pazzi”??? ;))))

La cena del sabato.

Si va a cena, nel campeggio. Già rido pensando ai mugugni di quanti non gradiranno i cibi e la cucina sassone. Io mi adatto e mangio, non saranno i nostri piatti ma sono gustosi e buoni, forse un po' poca come quantità.

Come da copione vedo delle facce inorridite e vedo ordinare cotolette e bistecche… :DDD che spasso, è uno spettacolo che non vorrei perdermi mai. :)

E poi parliamo tanto con Matt lo svedese e proviamo a convincerlo a fare la pazzia, organizzare il raduno 2009 in Svezia! Roba da capelli dritti.

Alex Fischer.

A fine cena ci riuniamo tutti insieme, Elefanti di ogni lingua, per ricordare chi non c'è più. Alex ci ha lasciato, dopo una lunga lotta contro il cancro che non è riuscito a vincere. Mentre sullo schermo scorrono immagini di lui, la moglie e alcuni amici che raccolgono la sua eredità dicono tante cose, in tedesco, ma nessuno ce le traduce e non capiamo se non poche cose. Vorremmo tutti avvicinarci e dirle qualcosa ma poi quasi tutti desistiamo.

Di Alex ho scritto a suo tempo. Lo conoscevo dal 2002, in Germania a Steinenstadt, e l'avevo rivisto tante altre volte, parlando e bevendo insieme. Non aveva paure a lanciarsi in un italiano che era il clichè del tedesco che ci prova, amava il nostro paese. Farewell Alex, so long.

Si fa tardi.

Il “clan friulano” monopolizza buona parte della mia serata. Riesco a parlare, per quanto la voce me la permetta, un pò con tutti. Vedo anche gustosi siparietti che non posso riportare per salvaguardare la pace familiare dei protagonisti ;)))) La serata va per le lunghe, il tempo regge e non è neanche tanto freddo.

Alla fine cedo, sono l'ultimo ancora in giro e vado in tenda. Sono discretamente tondo di birra ma ancora lucido. Mi fermo a guardare il mio Elefante, mi faccio un piccolo orgoglioso rimprovero per quanto ho corso in giornata e poi dentro, al caldo del sacco a pelo. Sento ancora qualcuno che parla e ciaccola, dall'accento direi Massi…ma è sempre più lontano e confuso…

Notte.

E chi se la ricorda? Sono svenuto.

Domenica.

Ogni volta la stessa storia. Ci si sveglia e già sai che devi smontare tutto, caricare la moto e andartene. Eppure sei appena arrivato.

Quest'anno è volata e io non ne ho mica tanta voglia di ripartire, vorrei fare ancora un po' di vacanza, passare un po' di tempo con i ragazzi, chissà quando li rivedrò ancora. E invece appena sveglio vedo già qualcuno pronto a partire. I piacentini, sono sempre loro i più mattinieri. Se ne vanno due ore buone prima di noi.

Rientro.

Ancora scherzi, risate e parole. Poi i saluti. Tristi e malinconici, come sempre. Li saluto e abbraccio uno per uno e a tutti regalo una parola per strappare ancora un sorriso da portare con me.

Mak ci conduce verso casa a rigorosa velocità codice. Colpi di sonno a go-go ma non si può fare altro. Arriviamo presto in Italia e ci fermiamo appena oltre confine a salutare Max Galera, già che si siamo beviamo qualcosa e poi ripartiamo. Faremo diverse soste, per strada, perchè Alex Gradi ha problemi con la pompa frizione.

Casa.

Mano a mano che scendiamo verso sud il gruppo si assottiglia, molti prendono altre strade. Casa si avvicina e non ho più tanta fretta ma chi sta più lontano ruota la manetta, accelera e va via. Arrivo a casa nel tardo pomeriggio, scarico l'Incrociatore e lo metto in garage.

Mi fermo ancora pochi istanti a guardarlo, sporco e impiastricciato di moschini. Vecchio bestione, ancora una volta mi hai portato a casa.

Il prossimo anno.

Durante la cena del sabato il gruppo francese ha presentato il raduno del prossimo anno che si terrà vicino a Biarritz sull'Atlantico, sui Pirenei francesi, in giugno.

A parte la Manica non ho mai visto l'Atlantico né i Pirenei ma sulla carta si preannuncia un viaggio lungo e molto bello. Ci saranno tanti posti da visitare e tante curve da fare, mi sa che ci metteremo almeno tre-quattro giorni. Non vedo l'ora…

Considerazioni finali.

Che altro vi posso raccontare? Ogni anno il raduno è sempre diverso, le Elefant in circolazione diminuiscono di numero ma ai raduni sono sempre di più e di qualità molto elevata. Chi non amava questa moto se ne è già disfatto e chi la ama la cura e la fa “crescere”.

Vorrei spendere due parole parlando di coloro che magari acquistano altre moto ma che hanno sempre l'Elefant nel cuore. Non faccio nomi ma al bergamasco alto e grosso fischieranno le orecchie. Così come a Mery, che quest'anno ho visto irrimediabilmente accalappiato :DDD ed era pure ora! E parlare un po' delle compagne di viaggio, le “zavorre” come qualcuno le chiama. Sono eccezionali, non si lamentano e sopportano tutte le nostre ciaccole (che per loro devono essere noiosissime) e ore interminabili di viaggio sulla parte meno nobile della sella. Io non ce la farei mai ma loro sono di un'altra pasta.

Vi voglio bene ragazzi. A presto.

Riccardo "Kiwi" Tori

Olanda 2006

Io non sono credente, però so che gli angeli custodi (dallo Zingarelli: Angel-o, angiol-o, agnol-o, m *angelus, aggeloz, messaggero, creatura celeste puramente spirituale ed intellettuale; custode, dato da Dio a ciascuna anima) esistono ed hanno forma diversa da quella perpetuata nell’iconografia tradizionale. Non hanno ali né boccoli biondi ma portano un casco, tute antiacqua, cavalcano una strana creatura metà macchina metà pachiderma, dal grosso serbatoio, che emette un lungo ed incessante barrito. E quando questo animalesco verso, per una ragione o per l’altra, sul tuo elefante, cessa, sono lì pronti ad aiutare e a cercare di rianimare la bestia, dandosi da fare come operose api ascoltando, tagliando fili, cercando rimedi o anche solo per dare compagnia e conforto.

Anche quest’anno si è ripetuto il miracolo degli angeli-elefanti, stavo viaggiando tra Füssen ed Ulm quando la mia moto si è ammutolita di colpo, niente motore, niente luci, niente vita, ma, nel minuto tra la sorpresa e la disperazione, loro erano lì, pronti ed efficienti, sicuri e hanno guarito la meccanica o, meglio, l’impianto elettrico e l’anima del pilota, già pronto al hara-kiri (o seppukku che dir si voglia). è questo che è il viaggiare in gruppo, si diventa parte di una stessa anima, pronti ad aiutarsi anche solo per fare in due o tre quello che si potrebbe fare da soli, anche se non è indispensabile, perché il non essere soli è bello.

È bello aiutarsi nel sorpasso, nel fare benzina, nel trovare la giusta rotta o per ritrovarsi quando la si è smarrita.

È bello essere lì quando la noia del viaggio è condivisa, quando ci si ferma perché si hanno degli inconsueti colpi di sonno, quando si perde la carovana per una pisciata.

Chi non l’ha vissuto non lo può capire (e anche qualcuno che c’era non lo capisce) ma la magia del raduno è tutta lì, non nella comodità del campeggio, nella bontà del cibo, nella bellezza o meno del giro di rito, ma nella corsa tutti insieme, nelle "facce da culo" dei vecchi amici, nei motori che cantano e a volte tossichiano, nel VIAGGIO.

….

Non è mai facile scrivere un report di un raduno, spesso si cade nella retorica o nel mero elenco di chi c'era o non c'era. Ciò che mi piacerebbe scrivere sarebbero i pochi pensieri necessari per ancorare le emozioni provate sulla carta e per poter rileggerle, e riviverle, ogni volta. Non ne sono capace, purtroppo, ma vorrei ugualmente provarci.

Non partecipo più a molti raduni. Con l'età, prediligo più il muovermi da solo o in pochi piuttosto che in gruppo privilegiando il panorama, il silenzio, gli odori e i colori dei posti che percorro invece di cercare la piega e l'emozione della velocità come facevo una volta. Anche questa volta, prima di partire mi sono chiesto che cosa avrei visto, che cosa avrei notato di più nella gente e nei posti che avrei attraversato, se era tutto come mi aspettavo ma poi, una volta partito, tutti questi pensieri sono stati sostituiti dalle facce e dalle persone e non di rado guardavo la bella e variopinta carovana che si snodava lungo i saliscendi delle autostrade austriache e tedesche facendomi sentire contento di essere lì, con tutti voi, a vivere le emozioni della strada, dell'imprevisto che arriva e che viene risolto, del gruppo che rimane unito a darti manforte quando le cose non vanno proprio per il verso giusto, sempre (o quasi) con il sorriso sulla faccia. Facce da elefanti, partite sbarbate di fresco e poi annerite dalla barba dei giorni che passano e dei kilometri trascorsi.

Mi piace osservare come ognuno si organizza, come dispone il bagaglio e come ama viaggiare, cosa si mette addosso e spesso noto quella civetteria tutta italiana di avere un qualcosa di diverso dagli altri. Facce da elefanti, facce da italiani.

Quando sei in viaggio, se non c'è niente che attira la tua attenzione nelle ore e ore trascorse alla guida c'è solo il rombo del motore e il fruscio dell'aria sul casco a farti compagnia, insieme ai tuoi pensieri, così ti trovi a fare le congetture più assurde, a pensare alle cose più strampalate ma va bene così, perché la tua mente galoppa nella fantasia e scappa dalle monotonie e dalle preoccupazioni di ogni giorno. Così penso che è bello essere italiani ed è ancora più bello esserlo quando sei all'estero ed è curioso come sei visto e trattato dagli altri a cui noi italiani piacciamo da morire ma di cui, allo stesso tempo, non si fidano affatto. E anche noi stessi ci sentiamo più fieri ed orgogliosi, più italiani e meno italiani allo stesso tempo. Viene spontaneo allora innalzare una bandiera della Marina militare e portarla con fierezza.

Strana gente, gli italiani, indisciplinati e incapaci di osservare le minime regole di convivenza. Oddio, per la verità a noi piacciono le regole e le leggi e infatti ne siamo pieni, ma ci piace di più che le osservino gli altri, per noi corsia preferenziale in ogni occasione. Così vedi una fila disordinata e scomposta, irrequieta e imprevedibile e capita che due o tre di noi stiano vicinissimi ma anche che altri stiano lontani 2-300 metri gli uni dagli altri, una fila lunghissima che inevitabilmente si rompe: succede che alcuni si perdano, ciccando l'uscita autostradale, tirando dritto a un bivio o fermandosi. Io, che ero spesso l'ultimo della fila, sono sempre stato in "quelli che si sono persi" cambiando volta per volta i miei compagni di sventura. Non so, sarà che vedo il bicchiere quasi sempre mezzo pieno invece che mezzo vuoto però negli imprevisti e nei contrattempi apprezzo i lati positivi che saltano fuori, come conoscere meglio coloro che sono con te e instaurare un rapporto privilegiato con ciascuno di loro, un filo diretto e speciale che crea un qualcosa di particolare, aiutato in questo dal cameratismo che si crea nella situazione di emergenza.

Strana gente, gli italiani. Dopo il fattaccio tutti a darsi da fare per ricongiungersi, telefonate, messaggi, uno spreco notevole di tempo ed energie facilmente evitabile con poca fatica ma è inutile recriminare, siamo fatti così "siamo qua", "ci vediamo in questo posto", "chiediamo a questo e quello" e il classico nostro aspetto: rompere le palle al primo che passa perché ci aiuti. L'abbiamo fatto in ogni occasione possibile, in giro per Innsbruck, alla pompa di benzina quando Cem ha forato (grande inglese di Cem: "Sorry…ho forato 'na gomma…", impagabile la faccia che ha fatto il tedesco), quando ci siamo persi per Aachen…

Il raduno è stato come mi aspettavo, nel bene e nel male. Nel bene, perché il tempo è stato splendido, la compagnia ottima e rivedere tutti voi e tanti elefanti inglesi, francesi, sloveni, tedeschi è sempre un piacere; nel male perché ancora non capisco come mai un raduno con base in Olanda e organizzato da olandesi si svolga tutto in Germania. Dell'Olanda non abbiamo visto praticamente nulla.

Taglio tutto il resto ma un'ultima cosa vorrei dirla: l'emozione della vista delle Alpi lungo la via Claudia-Augusta al ritorno, quando siamo usciti dalle autostrade in Germania e siamo arrivati fino a Innsbruck, in Austria.

C'era il sole e il cielo limpidissimo (all'andata invece pioggia incessante e freddo), siamo passati in innumerevoli valli coronate da montagne altissime, spoglie ma solenni e il cielo azzurro che le si stagliava dietro le rendeva ancora più brillanti. Per chi non c'era, avreste dovuto vederle!

Erano così immense che riempivano tutto lo sguardo e come per riflesso ti veniva da inspirare a pieni polmoni quell'aria così pulita, come per riempirsi di quell'immensità tu stesso e farne parte ancora di più. Non era caldo ma si stava bene, una leggera brezza rifrescava l'aria pulita dalla pioggia del giorno prima, i campi ben tenuti erano verdi, i paesini deliziosi e qua e là su alcuni cocuzzoli svettava un campanile a punta, come si usa da quelle parti. E pulizia e fiori dappertutto. Avrei voluto fermarmi chissà quante volte a fare fotografie ma quando si è in gruppo è così, poche storie e fare della strada, ottima scusa per ripassarci quanto prima.

Ecco, mi fermo qui. A chi è arrivato fino in fondo faccio i miei complimenti per il coraggio e la costanza nel seguie le mie farneticazioni.

A chi non c'era rivolgo l'esortazione di vincere ogni indugio e di fare quella grande pazzia che si chiama: il raduno degli Elefanti.

Niccolai, Tori

Slovenia 2005

"Allora che fai pelandrone, vieni o no? Ora non hai più scuse!".

Al telefonino era la voce del Kiwi ed era vero: non avevo più scuse.

Ero in Piazza Maggiore, giovedì sera, la sera prima della partenza per il raduno, a festeggiare assieme ad alcune migliaia di sciamannati tifosi(1) (come me) fortitudini il sospirato secondo scudetto arrivato con quel tiro miracoloso da tre di Douglas allo scadere di gara quattro di finale contro Milano.

Non avevo più scuse e l’indomani sarei partito per il raduno in Slovenia. Da circa un mese, ovvero da quando mi ero accorto della oramai usuale(2) concomitanza delle date delle finali play off e del raduno, ero combattuto, anzi, lacerato, tra le mie due anime: il tifoso e il motociclista.

Insomma, mettetevi nei miei panni (d’accordo Max ci starebbe un po’ stretto e il Valter un po’ largo, ma voi provateci lo stesso), la squadra per la quale spasimo, faccio il tifo, soffro, raramente gioisco, per la quale spendo ogni anno fior di quattrini in abbonamento e sudore, lacrime e sangue (ok, sto esagerando) arriva ad un passo da una sospiratissima vittoria ed io non sono lì?

Fate conto di essere il regista del vostro primo film e di non poter andare alla prima.

O di non poter assistere alla nascita del vostro tanto atteso primo figlio (ok, sto esagerando ancora).

Oppure ancora, per fare un’analogia sportiva, di essere un interista che sta per vincere lo scudetto del campionato di calcio (ok, ora sto VERAMENTE esagerando).

Per farla breve: o vinceva (o anche perdeva) definitivamente la serie quel giovedì lì oppure la gara decisiva sarebbe capitata proprio la domenica seguente, quando voi tutti eravate in Slovenia con le vostre belle moto alle prese con cristallini laghetti, economici ma lauti banchetti, veloci scorrazzate in mezzo a meravigliose curve montane o difficili e selettivi sterrati.

Ma tutta questa sofferenza interiore (ma anche esteriore, chiedere a Valeria per conferma) era stata ora cancellata da quel miracolo della balistica cestistica ad un soffio dalla fine(3). Per cui il venerdì mattina eccomi all’appuntamento presso la prima area di servizio dopo Ferrara Nord, con alle spalle ben due ore di meritato riposo.

Avete mai provato a sciropparvi cinquecento, più o meno, chilometri in moto dopo aver dormito al massimo un paio d’ore? Ad un certo punto cominci a vedere bello Bibo e bella la moto del Kiwi, ma soprattutto non troveresti la strada nemmeno del cesso di casa tua. Per questo motivo, quando Riccardo mi ha poi chiesto di fare da guida alla carovana, ho declinato l’offerta, troppo alto il rischio di condurre tutti in Slovacchia invece che in Slovenia o, chissà, a circumnavigare il Balaton. Ci siamo poi persi ugualmente, confondendo una valle con quella di fianco, uno smarrimento, tutto sommato, di poco conto e comunque utile per conoscere strade non previste, girovagando fino a riprendere alla fine la giusta via.

Mi sono dunque ritrovato anche quest’anno in compagnia di vecchi amici e belle facce (o viceversa): Kiwi, Bibo, Alex, Zambo il modificatore-riparatore volante, Kika, Firra, Il Gigante e la Bambina(4), l’onniscente Gianmarco, il Trio Ferrara(5), Mary per sempre(6), l’elefante pompiere Conte, i quattro del Gruppo Vacanze Milano(7), Cesare, Cadeddu, Walter, Gordin, l’incontenibile Beddamatrix, Titus® lo smilzo, Faccina, l’elefantista a lungoraggio "Doc" Buccino, il duo Furlan(8), Mats, Alex Fischer, Andreas, Andy Young from Antartica County, Paul Kristensen e signora, Marcus Baer e tutti gli altri, italiani e non, che ogni volta ci fanno sentire parte di un grande gruppo.

Resta nella memoria di questo viaggio una montagna ancora selvaggia e paesaggi mozzafiato, una inflazione galoppante (dal giovedì al venerdì sono raddoppiati i prezzi delle birre ;o))), le riparazioni volanti di Zambo a sé e agli altri, le cene luculliane, l’inusitato numero dei partecipanti (˜ 150 Elefant di tutti i tipi), i "dolci" rumori notturni, il lavoro d’equipe sulla frizione del Kiwi e sulla ruota anteriore di Valter, la grintosa guida di Elena, la "fragorosa" mancanza di Cementone(9).

Ma soprattutto, una volta salutati i compagni di viaggio e ritornati a casa, cresce ogni giorno la voglia di ripartire per il prossimo raduno, di risalire su questa cazzo di moto che, chissà , forse si rompe e forse no ma che ti fa sempre questo regalo: ti fa conoscere nuovi amici, ti fa rivedere quelli vecchi.

Ma per favore, cari amici olandesi, l’anno prossimo il raduno organizzatelo per la prima settimana di luglio.

Note:

  1. Sono abbonato e sostenitore sfegatato della squadra di basket Fortitudo Bologna, eterna seconda e solo due volte (con quella di quest’anno) prima in nove finali quasi consecutive (dieci, considerando la finale di Eurolega del 2004).
  2. Per la terza volta in quattro raduni a cui ho partecipato la serie finale si è svolta nello stesso fine settimana del raduno. Le volte precedenti però la mia squadra ha perso la serie prima di arrivare alle date "spinose", togliendomi dal lacerante dilemma.
  3. Ruben Douglas, ala della Fortitudo Bologna, ha segnato il tiro della vittoria a 0,24 secondi dalla fine di gara quattro di finale, giovedì sera.
  4. Max Gilera e il suo "quartino" Elena, lui quasi due metri, lei, ehm, molto meno.
  5. Marco "Ferro" Ferrari, Mario (o Roberto?) Pazzi, Gigi Perelli.
  6. Alessandro Lucchesi detto "Mary" perché scriveva (e si firmava) con l’indirizzo email di una sua segretaria di nome, appunto, Mary (o Maria).
  7. Franco Tabacci, Valter Pescio, Marco Rizzati, Marco Torelli, i gaudenti milanesi.
  8. Mak Dolcetta e Stelvio da Pordenone, Friùl.
  9. Alessandro Stradaioli, detto "Cementone" per la sua attività professionale, prefabbricati in cemento, ha dovuto rinunciare alla trasferta per motivi familiari poco prima del raduno. La sua romanesca ironia ci è mancata oltre misura.
Piero "Siccobi" Niccolai

Inghilterra 2004

Quando parto per un lungo viaggio vorrei arrivare subito a destinazione.

Appena ritiro il biglietto dell’autostrada e imbocco lo svincolo dò gas ed accellero senza curarmi di nulla se non dell’arrivare e che sia il più presto possibile. Guardo fisso davanti a me con la testa che si muove sballottata dal vento della corsa, regolo l’accelleratore ad una alta velocità di crociera perché mi preme giungere alla meta. Esiste solo l’asfalto e le righe che delimitano la corsia. Passano i minuti e la corsa monotona prosegue uguale. Poi, piano, piano, prima di rado, a volte in modo impercettibile, poi sempre più spesso inizio a distrarmi. Inizio ad accorgermi del mondo che se ne sta al di là del guard rail, mi accorgo della campagna, del paesaggio. Ed allora comincio a liberare le ali del pensiero cullato dal rumore del vento che corre a pochi centimetri dalle orecchie oltre il casco. Scruto il cielo, osservo una casa, scorgo il sopraggiungere delle colline, ascolto il suono del motore sotto di me. è dopo la prima ora che tutto questo accade. Dopo la prima ora scompare la fretta e scompare la premura, sento che potrei viaggiare ore ed ore senza pesarle. Prima conti i minuti, dopo non ti curi delle ore. Le vibrazioni diventano ritmi, il rumore del vento diventa suono, il rullare delle ruote si traforma in danza, entri a far parte del mondo che ti circonda, un punto che si muove lungo la terra spinto dalla voglia di conoscere. Dopo la prima ora l’ansia si placa. Ed è allora che inizi davvero ad avvolgere quel lungo filo che ad una estremità ha l’Inghilterra e all’altra ti prende per mano. La corsa si traforma finalmente in viaggio.

Da quel momento sei solo con il tempo e lo spazio che si apre di fronte a te, libero.

Ci sono esperienze nella vita per cui vale la pena impegnarci un pochino, i viaggi per me meritano sempre un'altissima considerazione nella mia scala dei valori, quelli fatti in moto poi ancora di più e se poi la moto è un' elefant.., beh… la soddisfazione è veramente grande.

La compagnia era quella giusta, le condizioni ideali, la voglia di divertirsi non manca mai, non nascondo neanche qualche timore più che giustificato sul mezzo ;-) che però hanno reso il viaggio ancora più affascinante.

4280km in sette giorni, un kg di olio abbondante, un orecchio ancora che fischia, un tremolì o alle mani ancora fastidioso a due giorni dal ritorno ma ripartirei subito.

Ragazzi ne è valsa veramente la pena, indipendentemente dal viaggiare con la propria moto a spasso per l'Europa, in Inghilterra ho trovato una famiglia, gli elefanti anche se in via d'estinzione sono una vera famiglia, si condividono gioie e dolori, passioni, comprensioni, tutti fieri della propria moto con quella risatina quando si parla di problemi, che significa ti capisco e subito dopo sono li pronti che ti danno un consiglio o ti dicono come hanno risolto.

Amici da diverse nazioni, si beve birra si scambiano due chiacchiere, peccato la lingua non proprio eccellente, lo dovrò impare bene sto benedetto inglese prima o poi, ma l'atmosfera è veramente magica ed esclusiva, ve lo consiglio, è molto terapeutica e curativa.

Le nostre moto sono propedeutiche e ve lo dice uno che di meccanica ne sa poco, ho soltanto dei buoni amici che non risparmiano buoni consigli, essere motociclisti non vuol dire avere soltanto una moto affidabile, ma godersela la propria moto, io me la sono goduta nonostante tutto… capite a cosa mi riferisco, se proverete l'esperienza di un raduno elefant prima o poi un sogno che avete sempre alimentato diverrà realtà .

Questo è stato Bisley 2004 per Cementone.

E ricordate: if your life’s a jungle, become an Elefant!:-)))

Niccolai, Stradaioli

Azzalin 2003

Come già fatto per i report sul raduno di giugno ho deciso di affidare ai vari interventi inviati alla mailing list degli elefanti italiani il compito di raccontare.

Piero "Siccobi" Niccolai

….

 

È stata veramente una bella giornata, mi sono sentito un bambino in un negozio di giocattoli, ma mi sa che anche per voi è stato cosi.

Sentire poi rombare le ele della Dakar mi ha fatto accapponare la pelle, fischia, ma quanti erano i nostri cugini tedeschi, e che moto fantastica la marathon tedesca con tutti i serbatoi supplementari, mi sa che me la sognerò di notte per un po’. Siete veramente tutti simpatici e come vi immaginavo

In questi frangenti salta fuori la mia ignoranza nello scrivere le sensazioni che si provano in giornate memorabili come questa o quella del raduno di Siena e ad altri incontri fra Elefanti, una sensazione che ognuno di noi prova in maniera diversa, nel mio caso si manifesta come se una morsa mi stringesse il cuore e nello stesso tempo una scarica elettrica mi pervadesse tutto il corpo e siccome è abbastanza imponente non vorrei che fosse la causa del recente black-out subito dalla nazione intera.

A parte gli scherzi mi sono commosso quando tutti allineati si è partiti dal campeggio "Le Soline" per andare a cena. Vedere il lungo serpentone di Elefant (per altro correttissimi) il rombo sommesso degli scarichi che ad un girare di polso avrebbe potuto creare un terremoto e la gente, tutta la gente, che salutava l'orda di guerrieri in pace ed apprezzati credo proprio per il totale rispetto degli abitanti stessi del piccolo borgo attraversato.

Questo mi fa sentire fiero di fare parte della lista degli Elefanti.

La stessa cosa è successa ieri quando Mauro, il meccanico di Azzalin, ha avviato le "bestie" medesima sensazione con godimento assoluto quando sono salito su ad una di queste per la fotografia di rito.

La compagnia è stata ottima, persone regolarissime che mi sembra di conoscere da una vita: continuiamo così.

Vedete l'espressione della mia faccia mentre sto su la moto di Hubert?

È quella di un bambino su una montagna di cioccolata, oppure su una montagna di Lego o di pezzi del meccano. O meglio, di un Siccobi sulla moto di Hubert Auriol, appunto.

Se io oggi guido un'Elefant (che è già la seconda che mi son comprato) è grazie a quel signore lì e alla sua moto.

Io rimasi affascinato dalla bellezza della moto che avevo visto sfrecciare al casello di Casalecchio una umida mattina di inizio dicembre, tutta bianca, alta, veloce con un rombo pieno e potente. Diversa dalle altre Ducati in collaudo che spesso mi incuriosivano. Una moto "strana" (come direbbe Carlo Lucarelli), inusuale per quei tempi. Per cui seguii tutta la corsa, per quanto permetteva la tv (e cioè con estrema fatica), con un interesse nuovo. Seguii i distacchi che Auriol infliggeva agli avversari nelle tappe più difficili e di navigazione. Lo vidi sulla ferrovia della Mauritania alle prese con la terza gomma scoppiata a causa dei detriti metallici sulla massicciata che gliele spaccavano.

E lo ammirai quando con entrambe le caviglie spezzate trovò la forza di giungere al traguardo prima di accasciarsi in preda al pianto e al dolore. Ritirandosi non sconfitto.

E quella moto bianca e nera correva per le dune più veloce di tutte.

La prima immagine che ho mai realizzato al computer (oggi è il mio lavoro) è stata la riproduzione, effettuata a mano libera, della copertina di Motociclismo con Auriol in impennata nel deserto.

E sulla mia libreria c'è il modellino in scala di quella moto lì.

Nella foto di cui parla Franco (e che è nella sezione "foto", ndr) io sto guardando la sabbia del Teneré.

Conoscere la famiglia Azzalin è stato veramente un piacere, persone semplici e appassionate oltre che ospitali e disponibili.

Di Castiglioni che dire. Mentre gli stavamo esponendo i nostri comuni problemi mi ha sfilato dal taschino della polo elefantica il pacchetto di Camel servendosi da solo, un gesto che non vuole dir nulla, forse un intercalare tra una rimostranza e l'altra. Comunque ci ha ascoltato e, a parole ovviamente, si è impegnato ad interessarsi x le omologazioni (vedi il caso di Alberto di Modena) e sul reperimento ricambi in generale che lui afferma che ci sono!? A Kiwi l'onere e/o l'onore di contattarlo!

Mauro Cremonesi, il meccanico storico di Azzalin è stato eccezionale nel raccontarci la meccanica, gli studi, le evoluzioni dei "mostri Dakariani" ed alcuni aneddoti e particolarità dei piloti che furono. Una pasta d'uomo.

Come lo stesso Fabrizio e la sua compagna Vittoria. E poi conoscere nuovi amici fuori e dentro la lista, rivedere facce note contente di ritrovarsi così numerosi ad un avvenimento agognato…è stato emozionante e appagante. E poi i giornalisti al seguito….

Mi sento di dire che da tutto questo nostro "amore" qualcosa di buono nascerà .

Che dire.. Un sogno.. Una quarantina-cinquantina di elefant provenienti da Italia, Francia, Austria e Germania tutti insieme alla "mecca dell'elefant" dove nascevano e venivano "educati" gli elefanti che partecipavano e vincevano le parigi-dakar della fine anni ottanta - inizio novanta.

Moto pilotate dai vari Orioli, Auriol, La Porte, Marinoni, De Petri, Gualdi, Neveu e C.

Moto dall'aspetto rozzo, e, nella loro unicità fantastiche.

Ci troviamo da Azzalin ed entriamo nel piazzalone, in fondo ci aspettano le moto ufficiali delle Dakar 86-92 in compagnia del gigantesco camion Mercedes dell'assistenza e un piccolo buffet, la famiglia Azzalin fa gli onori di casa ed il simpatico Mauro, capo-meccanico comincia ad illustrarci le singole moto sia dal punto di vista tecnico sia raccontandoci aneddoti curiosi e retroscena inediti delle avventure che si vivevano nei deserti africani negli anni ruggenti dei Rally-raid.

Incontriamo anche il "Signor CAGIVA", l'ing. Castiglioni, subito preso d'assalto da una falange a capo di Kiwi che si presenta e comincia a snocciolare richieste ed ultimatum, chissà mai che si riesca ad ottenere una migliore assistenza e qualche nulla-osta.

Ma sul più bello si ode un rombo, un ruggito. NO!! UN BARRITO FURIOSO!!! Il capo-meccanico ha acceso un paio di moto, che dire, sentire il rombo dei cugini cattivi delle nostre moto fa un bell'effetto, ci si raduna attorno ai pachidermi risvegliati dal letargo per assorbire ed assimilare fino all'ultimo decibel di quei "respiri".

Poi ci facciamo audaci e cominciamo a saltare in groppa alle moto..

Altissime, purissime, LIEVISSIME, sembra tanto innaturale sentire così leggere delle moto dalle dimensioni veramente notevoli, certo l'assenza dei circa 50-70 litri di benzina nei serbatoi fa la sua parte, ma anche in confronto ai nostri elefanti stradali senza benzina, queste moto sembrano delle piume, certo, piume dalla cui cima si tocca a malapena con le punte, ma ugualmente maneggevoli.

Ora di pappa, tutti insieme appassionatamente, ed al ritorno scopriamo che qualche tedesco ha pensato bene di approfittare della cortesia e competenza del reparto corse per farsi sistemare qualche acciacco.

Qualche flash e considerazione:

Venerdì sera vengo contattato da un losco uccellino australiano che mi dice di portare a cena gli attrezzi per riparare un rubinetto benzina :-OOOO

Le camere d'albergo a 15 stelle con i lampadari della Murrina e le placchette living serie ORO.

Terminali x strada.

Olio frizione.

Elefanti, non ce ne sono due uguali, vecchia affermazione, ma dopo quanto ho visto da Azzalin SEMPRE più vera, specialmente se si considerano gli elefant tedeschi, mannaggia a loro ed al TÜV

Azzalin, persone fantastiche, estremamente disponibili e cortesi, anche quando gli si va a sbirciare negli angolini segreti dove son nascosti prototipi top-secret.

Elefantisti… Dei martiri felici ;-)

Una splendida giornata ;-)

Non so che cosa mi aspettassi da questa visita da Fabrizio e Roberto Azzalin (per chi non lo sapesse sono i titolari della CH Racing, l'officina che ora si occupa del reparto corse ufficiale Husqvarna ma che in passato ha costruito tutte le Elefant delle Parigi-Dakar, Faraoni e i vari rally-safari) ma devo dire che tutto è andato meglio di quanto avessi potuto pensare, primo fra tutto il tempo atmosferico, bel sole ma temperatura ideale per stare all'aperto, poi le meraviglie meccaniche che abbiamo potuto toccare con mano. La parata di tutti gli Elefant dei vari rally, disposti a semicerchio nel piazzale della CH Racing, mi si è presentata davanti all'improvviso e mi ha lasciato un momento senza fiato. Parcheggiata velocemente la mia in mezzo agli altri quaranta elefanti intervenuti per l'occasione (di cui metà tedeschi, con austriaci e francesi), mi sono diretto verso quei mostri sacri e mi son messo a studiarli con tanta attenzione senza aver mai il coraggio di toccarli. Erano le stesse moto che abbiamo visto in tv e nei filmati tante volte. Alla fine ho ceduto alla tentazione e sono montato sopra a qualche esemplare con la grande sorpresa di scoprirli leggerissimi! Sono estremamente alti, io che sono 1,85 toccavo con le punte, ma da fermi trasmettevano la sensazione di una grande maneggevolezza.

La visita ufficiale è cominciata quando il meccanico che aveva seguito le varie spedizioni ha cominciato ad illustrarci i vari modelli partendo dal più "anziano", quello con i colori Ligier, raccontandoci via via aneddoti, pregi e difetti dei piloti e della moto, rotture occorse per la via e le successive migliorie che ne sono state ricavate e applicate nei modelli successivi. Al termine della spiegazione ne ha accese due e…beh…ragazzi che rombo!!!

Proprio mentre eravamo lì ad ascoltare il tutto e a parlare con i vari meccanici, arriva un tizio brizzolato e…lo riconosciamo in Claudio Castiglioni, intervenuto anche lui a vedere le moto che hanno reso celebre il marchio che porta il nome di suo padre. Breve conciliabolo fra noi elefantisti italiani poi siamo partiti a razzo nella sua direzione, lo abbiamo circondato e abbiamo cominciato a parlargli. Ci siamo presentati, lui all'inizio era un po' timoroso, ci guardava con sospetto, poi abbiamo cominciato a snocciolargli tutte le nostre lamentele e problemi. Indossavamo le nostre polo, quelle con il marchio "Elefantitaliani". Si è dimostrato estremamente disponibile, quando gli abbiamo parlato del problema ricambi, la sola cosa che ha detto è stata: "ma come! I ricambi ci sono, ve lo assicuro!", poi abbiamo continuato con il problema omologazioni per trasformazioni varie e via dicendo e lui ha detto così : "me ne occuperò io personalmente. Lei (rivolto a me) mi telefoni lunedì e chieda di me direttamente e risolveremo tutto". Bene, io lunedì chiamerò, secondo voi mi risponderà? Sono aperte le scommesse. (Riccardo ha poi chiamato ma Castiglioni si è negato, ndr)

C'erano anche alcuni giornalisti, le interviste sono state tante, anche le foto, poi Azzalin padre ha portato alcuni fortunati a visitare il magazzino ricambi…cosa non c'era lì dentro! Poi in un angolino, coperto da un telo, ci fa vedere una cosa che ci ha fatto rizzare le antenne: un motore Multistrada montato un telaio grezzo di Elefant! Il figlio si lascia scappare qualcosa al riguardo, stanno studiando la possibilità di costruire di nuovo l'Elefant con quel motore, perché reputano il telaio ancora validissimo. Vedremo presto l'erede dell'Elefant nel deserto dare la caccia ai Ktm? Magari!

Alborghetti, Ferrari, Niccolai, Rizzati, Rosselli, Tori

Italia 2003

Avevo pensato di scrivere un resoconto cronologico del raduno. Poi, leggendo i vari messaggi che sono giunti nella nostra mailing list, ho pensato che fosse più bello riportarne integralmente alcuni.

Spero che contribuiscano a dare un’idea di cosa è stato.

Piero "Siccobi" Niccolai

 

Beh che dire ora che è tutto finito mi sento meglio orgoglioso di aver portato a termine una cosa che pensavo fosse più grande di me e invece si è rivelata una piacevolissima sorpresa .

Se possiamo fare un bilancio delle cose positive e delle cose negative devo dire che l’ago è a fondoscala verso le positive tutto è stato magnifico l’unico rammarico che ho è quello di non aver pensato a fare una foto tutti insieme 72 Elefant uno accanto all’altro come nemmeno a Varese forse sono mai stati .

Due cose incredibili ed emozionanti mi rimarranno sempre nel cuore

La prima è la forza di Mats.

La seconda è il tragitto che abbiamo fatto da Casciano al ristorante con una interminabile fila indiana di Elefant dietro di me che sembrava non finire mai avevo la pelle d’oca tutte le volte che mi voltavo.

Io non vado ai raduni. Di solito.

Preferisco girare da solo, al massimo in due, tre. E Riccardo lo sa, quando lui prova a chiamarmi io "tiro sempre un po’ indietro". Un po’ per pigrizia, perché mi piace dormire fino a tardi la mattina, un po’ perché non socializzo poi così facilmente, i raduni dove devi partire all’alba o quasi e dove c’è sempre un sacco di gente che non conosci e che ti guarda come a chiedere "’sto qui chi cazzo è?" non mi attirano.

Non ho la comunicativa immediata adatta a queste circostanze.

Ma questa "cosa" degli elefanti è diversa.

Non è solo un raduno monomarca (anzi, monomodello), non è solo "un raduno", appunto. È qualcosa di speciale, nato quasi per caso, un anno dopo l’altro, con lo stupore crescente si ritrovarsi non più soli a sopportare l’ironia salace di chi ha una jappa perfetta (o quasi) sotto al sedere. Di chi non sa nemmeno se la vite del fianchetto abbia la brugola del tre o del quattro.

Il nostro raduno, "quello degli italiani", era doveroso; dopo un raduno in Svizzera, il primo, e quello in Germania, nella terra di chi, più di noi, ama le moto italiane, era l’ora del raduno nella terra natale dell’Elefant.

E così, lo scorso anno, chiacchierando di fianco al campo di mais è nata l’idea di farlo noi, un po’ spaventati, a dire la verità, perché nessuno aveva mai organizzato nulla di simile.

Ci aiutava l’amore che gli stranieri provano per la nostra terra e per la Toscana in particolare e, certi che questo ci avrebbe perdonato qualche inevitabile pecca, abbiamo deciso di tenere il raduno nel Chianti.

Our man on the site: Alessandro Gradi (grazie Alex!).

È tutta storia nota a chi legge questa Mailing List: la ricerca del posto che potesse ospitare un numero ipotetico di moto non proprio silenziose (vero Riccardo?), la trattativa per i prezzi politici, il creare la pubblicistica elettronica e non (di questo ne so qualcosa io…), la pubblicazione sul sito di notizie sicure, il girello sul posto per tastare il terreno, il confezionamento dei regali curato da Franco, delle magliette che hanno fatto ammattire Cementone, ecc. Poi, all’avvicinarsi del Giorno, il crescere dentro di me, ma credo anche dentro tutti quelli che hanno partecipato a vario titolo all’organizzazione di quest’evento, di una inquietudine strana come quella che precede un esame (o una finale scudetto).

La paura che qualcosa possa andare storto è ragionevole.

Poi, come per incanto, la rivelazione nota a tutti i genitori che vedono crescere il proprio figlio: cammina da solo!

Ed allora ti rilassi, lasci che il raduno viva di se stesso e che la dinamica degli incontri tra gente lontana ma simile abbia il sopravvento.

Altri racconteranno i fatti e i visi di chi c’era, del mitico Warren d’Australia, di Andy Young che, dopo mesi di freddo polare, gira in calzoncini per compensare, di Mats che mi ha insegnato a pronunciare correttamente "Öhlins", della simpatia di Cem, convinto da noi tutti a tenere il pachiderma lo scorso inverno. Del sempre fantastico Andreas vero traduttore simultaneo viaggiante.

Ma io volevo ricordare tutti quelli che non c’erano o per sfortuna dell’ultima ora (ne so qualcosa) o per impegni che però hanno partecipato come e più di noi alla gestazione di questo successo (come pare sia stato), citando a caso: Luca Firrarello, Roberto Cadeddu, Gianmarco e tutti quelli che col cuore anche se non con l’elefante sotto al sedere erano con noi l’altra sera sui tornanti che ci portavano in quel magico serpentone sulle colline senesi.

GRAZIE ragazzi questo raduno è stato anche il vostro.

….

Chiedo scusa se ho poche occasioni di scrivere e per questo spesso sono in ritardo sulle argomentazioni, ma leggo assolutamente tutto appena posso.

Unico rammarico: partendo per la cena del sabato a causa di ritardatari da aspettare mi sono perso lo spettacolo del passaggio in gruppo nel paese con la gente che salutava.

Peccato.

Ma poi, via a rincorrere la carovana che procedeva lenta ormai dietro le ultime curve fuori del comune.Il resto me lo sono goduto tutto ed è stato bellissimo ed emozionante. La cena, il luogo, ma anche quello del pranzo, le premiazioni…

Ho terminato di leggere solo oggi le innumerevoli mail dei partecipanti e non al raduno e credetemi è stato toccante.

Tanti nomi della mail list hanno ora un volto e, pur non essendo un esperto di raduni, affatto, credo che il nostro gruppo sia composto da tante belle persone, con anima e cuore da vendere. Mi associo alle tante belle parole scritte da tutti voi, a volte poetiche come quelle di Birillo, "l’Elefante" di maggior peso del raduno.

Mi sento orgoglioso e fortunato di far parte di questo gruppo di persone così diverse fra loro per luoghi di origine, cultura e quant’altro ma accomunati nella passione e nell’orgoglio di possedere una moto rara, mossa dal pompone italiano che più stimiamo e che va curata e migliorata in piccoli dettagli. Proprio per questo, riuscire nell’intento dà soddisfazione, te la fa amare di più, mai mollare!

Ricalcherò le orme di tanti che hanno scritto, ma devo ringraziare tutti coloro che hanno contribuito al successo del raduno, in particolare ringrazio Kiwi, Siccobi, James, Cementone, Franco, Alessandro e Giovanna (bellissimo e buonissimo il dolce), il loro amico Andrea, comunque tutti, tutti quelli che sono venuti da vicino e da lontano, a Mats per il suo coraggio, la sua voglia di vivere e di combattere contro un nemico invisibile che lo incalza ed anche a chi non è potuto venire ma che era li tra noi con il cuore e con la mente.

Mi auguro che anche dall’estero ci giungano belle parole e che non sia solo un effetto dato dal fatto di giocare in casa in qualità di ospitanti.

Ciò renderebbe sicuramente più vicina la Cornovaglia.

Comunque sia non è poi stato così complicato e arduo organizzare il raduno, o no? Basta dividersi i compiti e… quando ci si adopera per una passione non pesa più di tanto, vero?

Un tumtumf a tutti.

….

Il serpentone multicolore dei 70 e passa pachidermi che si avviavano con il rombo dolce del desmo ed il cicalì o delle frizioni fra i tortuosi sentieri della collina senese è una diapositiva che rimarrà , indelebile, appesa nell’album dei miei ricordi.

Uno scorrere composto, fiero, da parte di centauri orgogliosi del loro cavallo meccanico, senza eccessi, a sottolineare il carattere dell’elefantista, che, fuori dalla pura anagrafica, sono risultati maturi, scevri dall’eccesso e dalla boria, ma felici di condividere la festa anche con la popolazione del paese che ci ha accolto. L’incedere lento degli elefantoni che scendevano le stradine del paese, con educata moderazione delle manopole del gas è stata corrisposta dai tanti sorrisi e saluti della gente senese.

Fantastico.

Sono fiero ed orgoglioso di essere stato uno degli pachidermi che hanno barrito, in branco, in quella serata.

Un grazie a tutti per la cordialità e la simpatia con la quale ci avete accolti e spero che abbiate avuto la percezione che vi è stata corrisposta.

È stato fantastico realizzare di possedere una passione condivisa da amici di tutti i continenti.

Oggi sono tornati a percorrere le piste in solitario, ma si sa, un elefante non dimentica mai!

….

…VOI…, UN GRAZIE, GRANDE, GRANDE…

È stato bellissimo…,

giusta riflessione fatta con il Kiwi ed anche unico rammarico, a parte il mio Unlucky Elefant…, il mio inglese fa proprio cagare…, mi dispiace non aver potuto comunicare meglio con tutti questi nostri amici venuti da lontano…

Tutto stupendo, amici, paesaggi, libagioni comprese..:-)))

Ciro…, se venivi forse mi avresti soffiato il premio dell’ Unlucky Explorer…, in confidenza non so se la cosa mi avrebbe fatto piacere…, sai nonostante la poco gloriosa motivazione dell’assegnazione del premio…è stato bello…, molto bello…, anche io ero come te nell’inverno scorso… ad un bivio…, poi una valanga di e.mail come questa mi hanno ricacciato la ragione in quel posto e mi si è gonfiato il cuore…

Questo vuol dire anche avere un’Elefant…, magari sfigato, ti tira fuori un pò di "porchi" e ti sgonfia il portafogli…, ma poi ti riempe il cuore…

Trovati un meccanico sagace…, si lo so non è facile…, magari però se ci dici nel particolare che tipo di problemi hai ti si può aiutare…, qui abbiamo cambiato quasi tutto degli elefant…

Se avessi visto gli Elefant dei tedeschi…., c’era uno sloveno che sprigionava un suono al minimo… che mi ha riempito il cuore…, tunf…, tum…, tunf…, tum…, tunf…, tum… era una melodia fantastica e credo che lì dietro c’era tanto lavoro ma soprattutto tanta passione…:-)))

Non mollare, se puoi, potrebbe essere bello e ripagarti di tutte le tue fatiche:-))).

Quando sono in giro con la moto spesso faccio dei report, resoconti, di cosa sto facendo e di quello che sto provando. Mi racconto tante cose e le romanzo lavorandole di fino per cercare di fissare il momento e tenerlo il più possibile con me. Le emozioni andrebbero scritte nel momento stesso in cui si provano, perché subito dopo perdono la loro intensità lasciandoti però un senso di soddisfazione per averle provate. Non lasciano tracce nella mente se non il loro ricordo legato al momento in cui le hai sentite dentro di te. Avrei voluto scrivere tante cose ieri sera, cose di questi tre giorni e in qualche modo proverò adesso, scusatemi se alle volte scadrò nella retorica.

C’è stato il nostro raduno ed è andato al di là di ogni nostra più rosea previsione, a cominciare dal tempo, sole e caldo di giorno, fresco e temperato di notte sotto un tetto di stelle che mi ha lasciato a bocca aperta tante volte. Non avevo mai visto la Via Lattea così bene e nitidamente, sembrava quasi che le stelle si potessero toccare. E abbassando lo sguardo vedevo tante moto come la mia e non mi sembrava vero, 72 elefanti tutti insieme (se non sbaglio i miei conti) non avrei mai creduto di vederli. Ho dato un viso e una voce a persone conosciute solo via mail, alcuni me li aspettavo così, altri proprio no. è stato bello, belli i posti, bello il campeggio con quella piscina da sogno, sembravamo tanti elefanti a mollo. E il posto della cena di sabato è stato davvero fantastico.

Non ho parole per descrivere l’emozione provata nel vedere la carovana di elefanti mentre andavamo al ristorante. Era da poco passato il tramonto ed era quasi l’ora del crepuscolo, quando ci si vede ancora abbastanza per distinguere i contorni delle cose ma anche quando le luci spiccano in mezzo all’oscurità che avanza. La gente di Casciano affacciata alle finestre per vederci, i bambini che ci salutavano, passando in mezzo alle case e tutto intorno il rombo dei nostri pomponi, uno spettacolo che non avrei voluto perdermi per niente al mondo. Si lo confesso, mi sono quasi commosso. E mi sono girato per vedere chi avevo accanto a me e ho visto Ferro con l’occhio che brillava dall’emozione. Non so trovare altre parole per dirvi meglio, chi c’era lo ha visto e può capire. Per chi non c’era, guardatela con i nostri occhi e lasciate correre la fantasia.

In mezzo a tutto questo, lo sfondo delle splendide colline senesi sembrava il palcoscenico ideale voluto da chissà quale regista, strade come piste, boschi freschissimi, laghi, monumenti antichi come le pietre che li componevano e tanta, tante gente, elefantisti.

Più di una persona ieri mi ha detto che "se non sei strano non puoi essere elefantista". È vero.

Altre cose ricorderò volentieri e mi rimarranno per lunghi anni, la sbornia di Cementone, quell’animale di Bibo, i chierichetti, le pieghe sulle strade, il 916 e le tantissime cazzate dette e fatte, le risate, il mio inglese del terrore. E in mezzo a questo la tragedia personale di Mats, grande elefantista svedese che non si arrende alla sua malattia e continua a percorrere chilometri.

Grazie Mats, mi hai insegnato molto, mi hai insegnato l’umiltà .

Mi è piaciuto conoscere gli australiani e Paul l’inglese, Andy dal Colorado e tutti loro. Ancora, che fatica che ho fatto alla sera a cena in mezzo agli australiani, a un americano, a Paul e sua moglie sudafricana, ognuno con un accento diverso…

Infine, un grazie grande così a Sandro Gradi per tutto quello che ha fatto, a Cem per lo sbattimento per le maglie, a FRK per gli elefantini, davvero bellissimi, e a tutti voi per aver partecipato.

L’anno prossimo si va in Inghilterra, in Cornovaglia vicino a Stonehenge.

Gradi, Niccolai, Rizzati, Spanti, Stradaioli, Tori

Germania 2002

E allora proviamoci! Proviamo a mettere nelle parole le emozioni provate in questi pochi giorni e in questi tanti kilometri.

Tutto comincia quando…tranqui gente, cercherò di non essere pedante.

Bè, dicevo, tutto comincia quando il prode Siccobi (per me si chiamerà per sempre così dopo l'impresa di sabato) butta lì l'idea del raduno e chiaramente io e James, tarati nella testa, accettiamo subito, tant'è, la Germania è proprio dietro l'angolo, subito sopra la Svizzera, checcevò.

Un mese di preparativi, spese, smonta-rimonta e via dicendo e alla fine arriva il venerdì fatidico, dopo che nei due giorni precedenti da 15 che dovevamo essere ci eravamo ridotti in 6. Invece alla fine ben dieci Elefant italiani erano presenti all'appello, che emozione.

E un'altra grande emozione la danno i preparativi, la messa a punto del mezzo e quell'idea che ti tiene occupati i giorni e che si fa sempre più grande e pesante mano a mano che il giorno si avvicina, tanto che a tratti ti dici che non parti più, negli attimi di lucidità che squarciano quella meravigliosa follia dei lunghi viaggi in moto.

L'ultima notte è sempre la più strana, aspetti con impazienza l'ora, i bagagli sono fatti, la moto è già carica…e poi finalmente arriva il momento di premere il pulsante di accensione e tutto comincia.

Via, il vento che comincia a sibilarti intorno, il sole che sorge ti batte addosso e senti ancora il fresco della notte che non c'è più, sai già che sarà una giornata calda, calda sì, nel cuore. Via. E mentre vai ti accorgi che sorridi e sembra che anche la tua moto sorrida con te, via, e il nastro d'asfalto scorre sotto, le marce cambiano, i giri salgono, via…

Mano a mano ti unisci agli altri e il gruppo cresce, tre, quattro Elefant, ma chi li aveva mai visti. Arrivano da tante parti, Siena,Firenze, Bologna, Ferrara. A Chiasso la dogana, arrivano altri due da Torino e Vicenza e siamo sei. E su per il San Gottardo, con il freddo e le nubi che ci avvolgono, un vento gelido che ti entra dentro e poi di nuovo verso il basso, la Svizzera tedesca, i cartelli che cambiano la lingua, il paesaggio che non avevi mai visto ma che è esattamente come ti aspettavi.

È strano come in quelle lunghe ore in cui guidi e non hai altro da fare, la mente vada a fare le riflessioni più strane, pensi davvero di tutto, dai casi tuoi alle considerazioni più assurde, ai particolari.
Così in Svizzera ti accorgi che:

  • le autostrade svizzere sono peggiori delle nostre
  • in quanto a soldi gli svizzeri non li frega nessuno
  • la Svizzera è bella
  • le Svizzere sono belle
  • gli Svizzeri no
  • la Svizzera è pulita
  • gli Svizzeri non rispettano i loro limiti di velocità
  • in Svizzera è bello viaggiare
  • in Svizzera è *solo* bello viaggiare
  • non bisogna mangiare in Svizzera
  • in Svizzera sono due le cose convenienti: la seconda è la benzina
  • l'asfalto svizzero è strano
  • gli Svizzeri ti guardano dall'alto in basso, specie quelli alti due metri

Sul Passo del San Gottardo ci siamo fermati un pò, nonostante il freddo e abbiamo scoperto che è fortificato. Ci sono trincee e depositi ovunque, scavati nelle rocce, e scopri che li hanno costruiti nel '38 per paura di un'invasione dell'Italia. E li mantengono perfettamente efficienti tuttora.

Poi, dopo aver costeggiato il lago di Lucerna, bellissimo, alla fine siamo arrivati a Basilea e di lì in Germania. E qui sbagliamo uscita e ci troviamo in Francia, ora le dogane non ci sono più, dove fino a sessant'anni fa la gente si sparava addosso. Alla fine arriviamo al posto del raduno, Steinenstadt, in provincia di Friburgo. Dell'arrivo ricorderò che mi sono fermato a chiedere indicazioni a due ragazze che ho poi scoperto essere sordomute…mi spiego a gesti e ci intendiamo meglio che con gli altri: quando si dice il caso. Il colpo d'occhio è fenomenale, Elefant da ogni parte, in tutte le versioni, quanti non ne avevo mai visti. Addirittura ne vedo uno…con il sidecar!!! e vedo che in effetti poco più in là c'è un raduno di sidecar, in Germania vanno molto, di ogni tipo, trasformazioni incredibili, sidecar 2000 16v, dei veri missili terra-terra su cui loro caricano con indifferenza i figli, con le mogli che seguono su altra moto. Chissà le mamme italiane che farebbero…

Il Raduno è stato semplice e semplicemente fantastico. Tanti piccoli episodi me lo faranno ricordare, come quando, alle due e mezzo del mattino del sabato, ubriaco storto, seduto intorno al fuoco a parlare del senso della vita con un ragazzo tedesco che non parlava italiano, e lui mi raccontava le cose e io rispondevo "ehhh, lo fanno, lo fanno" e poi parlavo io e lui diceva "ja, ja" e birre in mano e bere e nessuno dei due capiva l'altro ma andava bene così .

Ancora, ricorderò GianMarco Rizzo che ci istruiva sugli irlandesi, il classico tizio tedesco sulla cinquantina, birra in mano e pancia grossa che urlava "Moto Guzzi, Moto Guzzi" e spariva in mezzo al granturco alto due metri per poi riapparire dopo dieci minuti e urlare e bere di nuovo…

Bè, un paio di cose meritano di essere raccontate. Il sabato, mentre il prode Siccobi giungeva da Bologna (1500 km in due giorni!) con altri due Elefantisti, noi siamo andati in dodici Elefant a visitare Friburgo (davvero carina) e, guarda il caso, che c'è a Friburgo in quei giorni?

Ma il Gay-Pride naturalmente! Ho praticamente visto tutti i Village People, non so quante volte mi sono messo a cantare e ballare YMCA in mezzo alla strada, ho visto cose che voi umani…

L'accoglienza dei tedeschi per noi from "Bella Italia" e la cortesia, i sorrisi e tutto il resto davvero non me li aspettavo. Li credevo un pò freddi verso noi Italiani, come gli Svizzeri, invece no.

E quante trasformazioni che ho visto! Un'orgia di Elefant per tutti i gusti, che sballo uno olandese super-preparato da competizione da Azzalin e che in effetti i deserti li aveva visti spesso. C'era un tipo che ci aveva già fatto 200.000 km attraverso tutti i deserti dell'Africa ancora lo aveva lì funzionante.

E adesso, la perla.

Al raduno, oltre ai 35 Elefant c'era anche un BMW R1100GS, che i tedeschi chiamano la "Vacca di Gomma" per come dondola. Al momento di partire, tutti gli Elefant sono partiti e andati, l'unico che non ne ha voluto sapere di partire è stato proprio il BMW. Potete immaginare i nostri commenti. ];)

Al ritorno eravamo in dieci. Dieci Elefant. Sotto il tunnel di Lucerna il rombo dei nostri motori è stata una cosa davvero mitica, che non dimenticherò mai.

Riccardo "Kiwi" Tori