Premessa: un ringraziamento particolare a Daniela, la mia donna, che continua a sopportarmi nonostante tutto. Un grande abbraccio a Beppe Ricci, senza il quale non avrei mai raggiunto il raduno e a Mario Roby Pazzi, per il motorblack e l’aiuto datomi nella riparazione.
Un grande abbraccio circolare a tutti, ma proprio tutti quelli che mi hanno aiutato, sostenuto, aspettato e consigliato prima, durante e dopo quest’avventura …
James partirà la sera, non ho voglia di fare il viaggio da solo, perciò anche se per me vuol dire allungare di parecchio la strada, decido di unirmi al picchetto bolognese. Appuntamento alle 9, alle 7.30 esco di casa con moto carica di borse, tenda, vestiti, sacco a pelo e morosa. Su per la Porrettana (per chi non la conosce è la strada che porta da Pistoia a Ferrara, passando per Bologna) il traffico è il solito infrasettimanale, nulla di preoccupante, soltanto qualche camion a rallentarmi ma non troppo, arrivo nel punto prestabilito in perfetto orario e trovo ad attendermi il buon Ferro…gli altri (Kiwi e Siccobi) sono in leggero ritardo, niente di che…
Ci siamo tutti, si parte! Imbocchiamo l’autostrada e ci incamminiamo verso il confine, la noia del viaggio è fortunatamente spezzata dalle soste benzina/paglia/acqua/riposonatiche, ma soprattutto dalle chiacchiere in compagnia, fra il serio e il faceto il tempo sosta vola. Arriviamo al picchetto stabilito col GVM, ma non li troviamo causa ritardo partenza per problemi da risolvere ai loro mezzi…poco male, ci ritroveremo il giorno dopo. Il primo posto stabilito per dormire è Brignoles, ma è sempre presto per fermarsi, che facciamo? Le gole del Verdun sono vicine quasi quasi… massì, andiamo! Lasciamo l’autostrada francese (carissima) e ci inoltriamo nell’entroterra guidati dal Prode Scout, primo paese, secondo, e inizia una strada in salita verso i monti, la temperatura inizia ad essere ottimale per le moto e per noi, visto che lungo costa si sudava viaggiando col vento in faccia, gradisco molto la cosa, e mi piace anche la strada: asfalto in ottime condizioni e poche curve cieche. Una vera goduria! Un paio di soste foto, una bella panoramica su ciò che ci siamo lasciati alle spalle e una sulle splendide gole del Verdun…uno spettacolo mozzafiato, sembra il gran Canyon, ma più verde e con l’acqua in fondo. Per risolvere il problema benzina allungheremo la strada di qualche km, ma ciò ci permette di goderci appieno il lago di Saint Croix dall’alto…che posti!
Arriviamo a Brignoles giusto in tempo per entrare nell’F1 locale e cenare (miseramente) al McDonald lì vicino, beh, non c’è altro, facciamoselo andare bene. Il dopo cena scorre tranquillo in compagnia fuori del locale fra racconti di aneddoti, avventure passate, battute e risate…insomma i soliti "bischeracci" italiani che tirano a far tardi per godersi qualche giorno di ferie. Letto, riposo.
Giorno, siamo svegli, tutti a fare la nostra prima colazione francese che lascia un po’ a desiderare, ma almeno è abbondante. Siamo pronti, le moto cariche e tutti in sella…fuoco alle polveri! Attraversiamo Brignoles e ci dirigiamo su strada normale in direzione Carcassonne. Avremo fatto circa una ventina di chilometri quando avviene il fattaccio, mentre sorpasso un furgone la moto tossisce e si spenge. Merda! Provo a scalare, ma non c’è niente da fare, rientro dal sorpasso e mentre accosto suono per far fermare gli altri. Che sarà successo? Iniziano i tentativi di rito: fusibili, controlla che ci sia corrente, ecc. Sembra tutto a posto, allora proviamo a spinta ma anche in sesta la ruota rimane inchiodata. Merda! Ho l’albero bloccato e non capisco il motivo. Mentre facciamo le nostre prove da provetti meccanici, Daniela pensa bene di fermare qualcuno, dopo qualche tentativo si ferma un motard francese, gli facciamo capire il problema e ci dice di aspettare. Torna dopo una ventina di minuti in automobile, con i cavi per la batteria e visto che siamo in una piana al sole cocente, con acqua fresca per tutti. Che roba, questa si che si può chiamare solidarietà fra motociclisti! Anche con i cavi non risolviamo, allora il tipo si prodiga per trovare un meccanico, che dice sarà disponibile dopo un paio d’ore. Aspettiamo, mentre io cerco di farmi passare l’incazzatura smontando mentalmente tutto ciò che conosco di questo motore, Kiwi trova lì vicino la stele di Caio Mario, per un appassionato di storia romana come lui una manna, per me un semplice sasso. Mentre il tempo passa, il buon Ferro ha un lampo di genio "Ma Ricci non veniva su col furgone? Magari è vicino, proviamo a chiamarlo", (grande Cimbro!) infatti è a pochi chilometri da noi, ci raggiunge mentre arriva il GVM con James guidati dalle indicazioni che gli avevamo dato per trovarci. Ok, il danno sembra grave, inutile starsene sotto il sole delle 14, conviene caricarla sul furgone ed andarsene. Ci facciamo posto spostando il Ciclope (bella realizzazione dakar), gli attrezzi, i bagagli, ecc…
Si riparte, invidio quelli che sono in moto guardandoli tristemente dalla cabina del furgone giallo (e ben climatizzato) insieme a Daniela e Beppe alla guida. Ci dirigiamo in direzione autostrada verso Carcassonne come da programma stabilito con gli altri, strada noiosa, ma resa piacevole dalle chiacchiere in compagnia. Arriviamo a destinazione dopo una sosta, prendiamo subito possesso dei nostri alloggi nel Formule1 locale e prenotiamo per gli altri, vista l’affluenza di gente è consigliabile. Arrivano tutti, ci si lava e siamo pronti per andare a mangiare nell’unico locale vicino aperto a quell’ora, il Buffalo Grill, dove si mangia carne & co in stile americano…sarà soltanto il primo di una lunga serie di libagioni in tale catena di ristoranti.
A letto presto stasera, non ci perdiamo troppo a veglia davanti l’albergo. La stanchezza si fa sentire e domani avremo ancora parecchi chilometri da fare.
Eh, sì…il mio viaggio prosegue in furgone, ma vediamone il lato positivo: aria condizionata. Beh, devo pur trovare qualcosa di buono nella sfiga! Ma oltre a questo avremo modo di conoscerci tutti meglio, devo dire che Beppe non rimane mai a corto di argomenti, un ottimo oratore. Siamo a metà giornata, la fame comincia a farsi sentire e decidiamo di uscire dall’autostrada attirati da un cartello pubblicitario di un paese, tutti d’accordo, andiamo!
Il paese in questione si presenta bene mentre saliamo, un antico borgo sopra un rilievo che fa ben sperare, parcheggi attrezzati per i turisti e un paio di posticini per mangiare. Ne approfittiamo per fare un giro in piazza, vista della chiesa (da fuori) e via con le gambe sotto il tavolo, menù a prezzo fisso, niente di particolare ma accettabile.
Di nuovo in strada, riprendiamo la via di grande comunicazione e ci mettiamo in direzione Bidart, non dovrebbero mancare ancora tanti chilometri. Ennesimo camion da sorpassare, una macchina che va un po’ a zigzag, occhio all’autovelox…e quello laggiù chi è? Moto enduro, la targa da lontano sembra italiana e guarda com’è carico! Avvicinandoci si vede meglio, si direi proprio che è un’Elefant, targata PZ…chi vuoi che sia se non il dottore? Lo affianchiamo in sorpasso e ci gesticola qualcosa, fermiamoci in Autogrill che è meglio…Beppe spenge il furgone e appena Buccino si toglie il casco ci accoglie con un bel "Ecchecazzo", tanto per non smentirsi. Saluti, caffettino, sigaretta e andiamo che ormai ci siamo!
Arrivati al raduno, convenevoli con i locali e iscrizioni per tutti, mentre sono al casottino esce Walter (lo sfizzero) e Walter (il milanese) che ci dicono dove hanno le tende, ci aggreghiamo e alla fine occuperemo 5 piazzole…monta la tenda, scarica la moto dal furgone e appoggiala ad un albero, tanto non funziona (sigh), le solite cose… Arrivano altri già sistemati; il Pazzi con gli altri ragazzi, ma loro dormiranno in albergo. Nel tardo pomeriggio arrivano anche i "traghettati" ovvero Kika (anzi, Dottor Chicarella), Faccina al secolo Massi e il nuovo arrivato Ottorino, che come prima presentazione l’ha fatta in grande stile venendo fino qua. In tarda serata arriveranno anche gli altri che erano partiti con me, raccontano di essersi fermati a Lourdes (per la gioia di Piero) e altra tappa per pranzo.
Tutti a cena e dopo serata fra amici, giusto per farci riconoscere che siamo italiani la sicurezza ci ha richiamati all’ordine, c’è gente che vuol dormire sarebbe meglio non fare casino!
Ci alziamo abbastanza tardi, tutti a far colazione a base di..boh, c’era veramente di tutto da mangiare allora approfittiamone! Ritorno alla tenda e guardo la moto, Roby arriva e dice di avere la pasta per chiudere il blocco e allora perché non mettersi all’opera? Mal che vada la richiudiamo così com’è! Stendiamo la poveretta sul prato e iniziamo le danze, peccato che l’ombra duri poco e ci ritroviamo a lavorare sotto il sole quasi subito…inizio a sbullonare tutto il coperchio sinistro, poi con l’aiuto di pinze e martello lo leviamo. Referto: rotore dell’alternatore spezzato in due, merd…e ora? La fortuna mi si presenta parlando in francese, un elefantista autoctono ce l’ha e va a prenderlo a casa mentre ripulisco il tutto, torna strabiliando tutti portando insieme al pezzo nuovo anche la chiave apposita per bloccarlo..un mito! Il team si rimette in moto coadiuvato dal primario Roberto Pazzi per il trapianto, richiudiamo il tutto, la rimettiamo in piedi, accendo il quadro e…(attimo di suspence)…bruuumm! Troppo contento, siamo finalmente pronti per farsi un bel giretto della zona, non prima di aver fatto un lauto pasto all’ennesimo Buffalo Grill nelle vicinanze. Partiamo il pomeriggio io, Daniela e Massi in direzione San Sebastian (o Donostia in basco) dove facciamo i turisti per un paio d’ore ammirando il centro e alcuni personaggi locali dopodichè ritorno al raduno. È sabato, stasera c’è la serata principale del raduno non possiamo perdercela!
La serata scorre anche troppo tranquilla, i francesi hanno portato in mostra il 650 Ligier pronto Dakar ritrovata per caso in un fienile e risistemata a dovere…un pezzo di storia Cagivista! Viene annunciato il prossimo raduno…Lisbona, sarà una bella sfida! Le chiacchere vanno avanti sino a tarda ora in parecchie lingue, tant’è che andiamo a letto mentalmente distrutti dalle continue traduzioni simultanee delle nostre cervici.
Ebbene, i giochi sono belli quando durano poco, il raduno si è concluso e ci apprestiamo a ripartire e goderci quella che forse è la parte più bella…il viaggio. Salutiamo tutti e ci avviamo verso la Spagna per accompagnare fino a Pamplona i "traghettati", ovviamente l’avventura continua e lo fa sotto forma di gara ciclistica che ci inchioda su una rotonda per una mezz’ora abbondante a pazzeggiare sul prato. Vabbè, tanto siamo in ferie ce la possiamo anche prendere comoda.
Strada facendo passiamo dentro a scenari bellissimi (il viaggio in moto è fondamentalmente questo, fare parte del paesaggio e non ammirarlo da spettatori attraverso i finestrini di un’auto simili a televisori) paesi e castelli stupendi che difficilmente avremo occasione di rivedere.
Salutiamo e abbandoniamo gli altri a Pamplona per ritornare in Francia, non prima di un buon pranzo sul confine lungo la strada che ci porterà a Roncisvalle, luogo di una storica battaglia spiegataci dal buon Riccardo che conosce anche questo evento (e ci credo che ha sbancato il Milionario). Superiamo il passo godendo per il fresco trovato lassù ed iniziamo a scendere a valle, si sta facendo tardi, meglio cercare un giaciglio per la notte sottoforma di albergo in quel di Tarbes, piccola cittadina che ci stupirà a cena…è la finale della Coppa Europa e i locali si lasciano andare a festeggiamenti!
È deciso, oggi visitiamo meglio Carcassonne visto che all’andata ci ha incuriosito già da lontano. In effetti meritava proprio una visita accurata, l’enorme castello sul colle è stupendo, facendo il giro turistico a bordo del trenino ci viene spiegata tutta la storia e le varie fasi costruttive e l’utilizzo di ciò che oggi è una forte attrazione turistica dotata pure al suo interno di vari ristoranti di cui approfittiamo per pranzare.
Ci siamo fatti una cultura, ora imbocchiamo l’autostrada sulla costa per avvicinarci il più possibile al confine viaggiando finché stanchezza e fame non ci fermeranno (detto così sembra quasi epico, ma è stata la cruda realtà) La sera ci vedrà ospiti dell’F1 di Brignoles, lo stesso della prima notte oltreconfine dove avremo qualche difficoltà con la cena, risolta mestamente con riso cantonese precotto scaldato nel microonde (la fame è fame).
È veramente giunta l’ora di raggiungere casa, ma abbiamo ancora un giorno per stare insieme. I milanesi (Franco e Walter) ci salutano perché approfitteranno dell’occasione per attraversare le Gole del Verdun che noi abbiamo già visto, a noi non resta che incamminarci per l’Italia soffrendo il gran caldo della costa francese obbligandoci ad una lunga sosta il autogrill. Attraversato il confine e stabilito sulla mappa dove dovremo dividerci, usciamo dall’autostrada per concederci un ultimo pasto in compagnia…il primo VERO piatto di pasta al pesto da quasi una settimana. Siamo proprio italiani, non si può resistere a lungo senza le nostre tradizioni culinarie e il caffè che non sia una ciofeca da mezzo litro…
Il gruppo si scinde ulteriormente, Kiwi, il Prode e Ferro affronteranno la pianura Padana mentre io e Girmo proseguiamo sulla costa tirrenica, ma l’avventura finisce soltanto quando parcheggi la moto a casa e giri la chiave su off, infatti la moto di James ci offre spunto per prolungare un po’ il viaggio, un problemino elettrico che ci porterà ad uscire a Massa per raggiungere il negozio di Miky per un controllo fortunatamente rivelatosi roba da poco, permettendogli di raggiungere casa.
La storia finisce qua, chi c’era sa di cosa ho parlato finora e chi non c’era magari si sarà convinto che la prossima volta farà bene a venire. Un viaggio del genere affrontato con gente come voi si rivela un’avventura ogni volta unica…benedetto il giorno che v’ho incontrato!
Ogni volta è sempre un po’ difficile iniziare un report. Poi si prende il via e si rivivono quelle emozioni provate durante i viaggi quando, nelle lunghe ore alla guida, ne penserò a decine nella mia mente che poi puntualmente dimentico una volta fermo.
La sera prima le previsioni del tempo sono la trasmissione più gettonata. Niente di buono, purtroppo. La pioggia, una delle compagne di viaggio più indesiderate dai motociclisti preannuncia il suo arrivo. Ma si sa, a volte sbagliano, a volte le previsioni non ci prendono. I preparativi seguono un rito compiuto decine di volte. La memoria ripesca l’elenco delle cose da portare e una per una le si prepara e poi le si imbusta. Carico la moto, valigie laterali, baulone, borsa da serbatoio, tenda al posto del passeggero...come peso saremo sui 400 chili, me compreso. Boh, forse ho esagerato. Però la moto così fa molto "traveller", un discreto colpo d’occhio. Arriva Alex Gradi, due spaghi al volo e poi a nanna.
La mattina del venerdì ci saluta con un bel sole, rapida vestizione e via, al puntello con gli altri. Strano, siamo puntuali. E con pochi minuti di ritardo arrivano i toscani, incredibile! Non gli faccio nemmeno togliere il casco, poveroni, via per la 325 al puntello seguente, direzione Casalecchio, dove arriviamo con neanche un quarto d’ora di ritardo e i bolognesi ci sono già.
Bibo brontola...
Lascio tutti alla colazione, paglia, benza e similari e mi dirigo verso casa, a vedere la mia bimba come sta. Li lascio ma li ritroverò molto presto...
È straordinaria la quantità di pensieri che si fa quando si viaggia, un filo continuo di cose apparentemente slegate fra loro, interrotte soltanto dalle soste e dalle "ciaccole" con gli altri per poi riprendere come d’incanto appena il viaggio ricomincia. Non starò a parlare di tutto ma solo di una cosa particolare: le case. Avete mai fatto caso a quante case abbandonate ci sono ai margini delle strade? A decine; e mano a mano che si attraversano regione e contrade queste cambiano d’aspetto e forma ma tutte mantengono quell’aria malinconica e spettrale dell’abbandono. Ricordo bene quante ce n’erano su per la statale del Tarvisio, case molto grandi e belle, vuote e cadenti. Friuli, terra d’emigrazione, fino a pochi decenni fa. Da lì se ne andarono in molti e mollarono tutto, lasciarono la propria casa e via, in cerca di fortuna. Eppure qualcuno la costruì e fece fatica, spese denaro, la abitò e ci dedicò la vita, almeno in parte. Chissà che penserebbe se la vedesse adesso...una parafrasi della vita, ci diamo tanto da fare per qualcosa e poi, finiti noi, tutto si disfa. Viene da pensare che è meglio vivere alla giornata, del resto "chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza". Pensieri malinconici, un sospiro e vanno via, d’altronde stiamo andando in vacanza.
Mak ci guida verso il confine. Che bello non preoccuparsi della strada, posso guardarmi intorno; ma prima ci fa fare una piccola deviazione in Slovenia perché "la benzina costa meno" con quel marcato accento veneto cantilenante. Sorrido dentro il casco. Smetto di sorridere quando arriviamo al confine fra Slovenia e Austria. Due di noi non hanno preso i documenti d’identità e la guardia austriaca li trattiene, se vuole può rimandarli indietro. Ci fermiamo e aspettiamo, qualche moccolo, qualche proposta di alternativa ma ecco che li vediamo arrivare per fortuna!
Bibo brontola...
Ogni gruppo che si rispetti ha il suo scout e noi abbiamo il Prode. Metterlo davanti è una certezza, senza GPS o altre diavolerie ci guida sempre verso la méta. Zambo fa la scopa. Di solito tocca a me stare dietro e cercare di tenere il gruppo unito ma stavolta il mio bestione zoppica e allora non è prudente che io resti dietro, se mi fermo mi pèrdono. Ma tutto fila liscio.
È ormai pomeriggio inoltrato quando arriviamo al campeggio. È carino, il posto è incantevole sulle rive di un lago circondata da monti, proprio come ci si aspetta che sia la Carinzia. L’accoglienza è delle migliori, un po’ di cibo, acqua fresca e grappa per tutti. Ma il cielo non promette niente di nuovo, meglio sbrigarsi a montare le tende. Ci accampiamo vicino alla riva, saltano fuori le bandiere italiane e una viene issata sul lampione. Detto fatto, comincia a piovere.
Gulasch per tutti.
Bibo brontola.
Però questo è molto migliore di quello sloveno, è caldo e saporito, io ne mangio tre ciotole ma altri non gradiscono. Spuntano cotolette e similari e intanto continua a piovere. L’ospite è Edi Orioli, vecchia gloria della Parigi-Dakar quattro vinte di cui due su Elefant. Lo osservo, è piccolo, lo sguardo attento e furbo, misurato nelle parole e attento nei gesti, insomma riservato. Sta lì, chiacchiera, fa autografi, si guarda in giro e poi fa un gran discorso che noi non sentiamo quindi se ne va.
La notte del venerdì prosegue fra chiacchiere (tante), goulasch e acqua, tanta acqua. Come detto, continuano gli arrivi alla spicciolata sotto la pioggia battente, WalterWm, il Conte Wally e Marco Pistun Bumbà. I loro racconti sono normali per le persone normali ma terribili per un motociclista che sa cosa vuol dire viaggiare sotto l'acqua, di notte, in un paese straniero senza sapere bene dove andare ma sapendo bene i rischi che sta correndo. Bravi, ragazzi, bravi, vi siete meritati il nostro applauso. Alcuni di noi hanno la disavventura di vedere la propria tenda allagata, come Violino (tanto) e Bibo (poco). La faccia e le espressioni di Violino sono mitiche, con la roba che galleggia all'interno. Bibo ha preso una tenda un po’ più grande, ora sta solo piegato in due, in Slovenia ci stava piegato in tre. È già qualcosa. Purtroppo non è abbastanza per la sua schiena che il giorno dopo dà forfait e lo blocca per tutto il giorno.
La mia tenda, al battesimo dell'acqua, resiste egregiamente.
Piove buona parte della notte, è bello sentire il ticchettío dell'acqua sulla tenda e stare dentro all'asciutto, chiusi dentro il sacco a pelo al caldo. Siamo tutti molto stanchi, io mi addormento subito. Mi sveglio che il sole è già alto, esco dalla tenda e...meraviglia, vedo un panorama stupendo. Il cielo è limpido e l'aria pulitissima, il lago rispecchia ancora di più ciò che gli sta intorno. È bellissimo. Rimango un poco in silenzio ad ammirare tanta bellezza e poi mi volgo verso le tende, il campeggio si rianima, alcuni sono già svegli, altri russano ancora. È una bella gara fra il Prode, Ferro e Bibo, non saprei proprio dire chi ronfa di più in mancanza di Titus. Benedetti tappi, mi hanno salvato ancora una volta.
Mi avvicino a qualcuno e provo a dirgli qualcosa e scopro di essere completamente afono, non ho più voce. Non mi era mai successo e, cosa più terribile, mi tocca stare zitto.... ;)
Dopo colazione si fanno i programmi della giornata. “Facciamo quel giro”, “no facciamo l'altro” ma mi si sta riservando una sorpresa poco gradita. È dalla partenza che la mia moto, all'accensione, parte a un cilindro e va ad uno per una mezz'ora prima che anche l'altro cilindro si decida a fare il suo dovere. Chiamo Alex e gli chiedo un consiglio e poi, con lui, cominciamo a verificare le candele, che sono ok. Quindi smonto la pipetta e provo...nessuna scintilla. Brutto segno.
Cominciamo con i controlli di rito, via il serbatoio e controllo bobine, ok anche quelle. Uhm... Arriva un tipo di Forlì, quello che ha fatto l'Elefant-999 premiato la sera prima e che ha fatto colpo persino su Orioli.
Max_PC tira fuori un provvidenziale tester e via, misurazioni alla mano si provano le centraline, ok, e si risale per l'impianto fino alla diagnosi: bruciato un pick-up (o captatore -contento Violino?-). Che guaio.
Ho pensato di tornare a casa piano piano e pazienza, il mio raduno era finito lì. Invece Manaus mi guarda e mi chiede se ho due pick-up con me e mentre lo guardo con l'aria di chi dice: “ma secondo te, chi si porta dietro dei pick-up?” Marco Pistun Bumbà salta su e dice che li ha lui, un austriaco ha la pasta per richiudere il motore e allora...che aspettiamo?
Si ribalta la moto su un fianco e si smonta il carter di sinistra. Le mani esperte di Manaus sanno cosa fare, io e Marco aiutiamo circondati da tanti dei nostri e tanti curiosi. Sembrano i pensionati che guardano i lavori, i commenti si sprecano, le battute anche... ;)))) spesso rido anche io, Manaus è invece sempre concentratissimo mentre le sue mani continuano a correre sicure su cavi e fili, chiavi e bulloni. Finisce il lavoro grosso e poi lascia a noi “ragazzi” le rifiniture, come fanno i chirurghi con gli apprendisti.
In un'ora e quaranta l'Incrociatore ruggisce di nuovo! :) Un miracolo che non credevo possibile. E invece sì, grazie a voi ragazzi.
Ormai è quasi mezzogiorno, una lavata veloce e poi si parte per un giro battezzato “a naso” e che invece si rivelerà una scelta azzeccata. Il cielo si sta rannuvolando e non conviene allontanarsi più di tanto. Il Prode fa il solito battistrada, ci inerpichiamo per una salita molto sfiziosa, belle curve in ripetizione, strada decente per piegare e allora giù pieghe. Noto con piacere che l'andatura non è estrema ma è veloce e tutti gli Elefanti tengono il passo senza problemi. Per strada ci fumiamo un paio di jappe e una tedesca.
Si freme per correre ma non è ancora il momento. Ci si ferma in una specie di cottage, una GastHof per strada, mangiamo all'aperto, si beve e si ciaccola fino a che la pioggia tanto attesa arriva. Piove un'oretta e poi smette, saliamo sulle moto e via per un altro giro prima di rientrare.
Come detto, si freme per correre ma nessuno ha il coraggio di cominciare. Ci inoltriamo per una strada bellissima, quella che sale al Turracher Höhe, davanti sempre il Prode a fare l'andatura che mano mano aumenta...vedo che molti cominciano ad assumere le posizioni “da combattimento” e anch'io mi trovo a stare avanzato sulla sella. Curve su curve e l'andatura aumenta ancora...“bella questa strada”...“fantastica 'sta curva”...“minkia che piega”...e si va sempre più forte...qualcuno comincia a perdere il passo; io per fortuna abito in un posto dove la strada è simile e mi trovo a mio agio fra quelle curve, il lavoro fatto da Manaus è egregio e la moto risponde bene...comincio con i sorpassi, larghi per non dare fastidio e creare pericoli, mi passa Max Gilera (Max “Galera”, da come andava!) che sembra un folle e pensare che sono in due sulla sua moto, lo vedo sfidare una notevole quantità di leggi fisiche ma stare in piedi ugualmente e sparire davanti a tutti in poche curve. Mi spavento mentre passo il Cammello di Sergio che mi ruggisce a fianco con un rombo che quasi mi ribalta, non ho più manetta da dare e l'Incrociatore si conferma la moto più lenta del gruppo. Meglio così.
Arriviamo in cima alla salita e troviamo un delizioso laghetto, uno dei tanti. Siamo tutti eccitati dalla sfuriata che abbiamo fatto, Violino è epico nei sui commenti (che per amore di bon ton non riporto) ;) io scherzo con la figlia di James (“Gasssssssss!!!”) e tutti ridono e scherzano. Che bello vederli così.
Incrocio gli occhi sinceri di Ferro, mi dice che anche lui non aveva più manetta. Penso che forse era un problema dei nostri carburatori e dell'altitudine.
Proviamo a fare una foto tutti in fila e inquadrati. Ma siamo italiani in tutto e per tutto, è praticamente impossibile senza impiegarci una quantità notevole di tempo e tentativi, banda di anarchici che non siamo altro.
Si rientra, stavolta al piccolo passo perchè ci siamo sfogati abbastanza. Ormai si sta facendo buio, al campeggio ci aspettano gli altri.
Arriviamo al campeggio e troviamo la lieta sorpresa di vedere altri di noi che sono arrivati nel frattempo. Vanni e i suoi amici, poi arriva anche Cesare, ancora abbracci e sorrisi e tante ciaccole, si sente la gioia di essere lì e la cosa tutta maschile di far parte di un gruppo.
C'è poi una parte di raduno che ogni anno propone cose nuove e diverse e spesso interessanti, insomma si sta sviluppando un mercatino di pezzi usati, nuovi e seminuovi che presta il fianco a prese per i fondelli strepitose :) Capito “prezzi Pazzi”??? ;))))
Si va a cena, nel campeggio. Già rido pensando ai mugugni di quanti non gradiranno i cibi e la cucina sassone. Io mi adatto e mangio, non saranno i nostri piatti ma sono gustosi e buoni, forse un po' poca come quantità.
Come da copione vedo delle facce inorridite e vedo ordinare cotolette e bistecche... :DDD che spasso, è uno spettacolo che non vorrei perdermi mai. :)
E poi parliamo tanto con Matt lo svedese e proviamo a convincerlo a fare la pazzia, organizzare il raduno 2009 in Svezia! Roba da capelli dritti.
A fine cena ci riuniamo tutti insieme, Elefanti di ogni lingua, per ricordare chie non c'è più. Alex ci ha lasciato, dopo una lunga lotta contro il cancro che non è riuscito a vincere. Mentre sullo schermo scorrono immagini di lui, la moglie e alcuni amici che raccolgono la sua eredità dicono tante cose, in tedesco, ma nessuno ce le traduce e non capiamo se non poche cose. Vorremmo tutti avvicinarci e dirle qualcosa ma poi quasi tutti desistiamo.
Di Alex ho scritto a suo tempo. Lo conoscevo dal 2002, in Germania a Steinenstadt, e l'avevo rivisto tante altre volte, parlando e bevendo insieme. Non aveva paure a lanciarsi in un italiano che era il clichè del tedesco che ci prova, amava il nostro paese. Farewell Alex, so long.
Il “clan friulano” monopolizza buona parte della mia serata. Riesco a parlare, per quanto la voce me la permetta, un pò con tutti. Vedo anche gustosi siparietti che non posso riportare per salvaguardare la pace familiare dei protagonisti ;)))) La serata va per le lunghe, il tempo regge e non è neanche tanto freddo.
Alla fine cedo, sono l'ultimo ancora in giro e vado in tenda. Sono discretamente tondo di birra ma ancora lucido. Mi fermo a guardare il mio Elefante, mi faccio un piccolo orgoglioso rimprovero per quanto ho corso in giornata e poi dentro, al caldo del sacco a pelo. Sento ancora qualcuno che parla e ciaccola, dall'accento direi Massi...ma è sempre più lontano e confuso...
E chi se la ricorda? Sono svenuto.
Ogni volta la stessa storia. Ci si sveglia e già sai che devi smontare tutto, caricare la moto e andartene. Eppure sei appena arrivato.
Quest'anno è volata e io non ne ho mica tanta voglia di ripartire, vorrei fare ancora un po' di vacanza, passare un po' di tempo con i ragazzi, chissà quando li rivedrò ancora. E invece appena sveglio vedo già qualcuno pronto a partire. I piacentini, sono sempre loro i più mattinieri. Se ne vanno due ore buone prima di noi.
Ancora scherzi, risate e parole. Poi i saluti. Tristi e malinconici, come sempre. Li saluto e abbraccio uno per uno e a tutti regalo una parola per strappare ancora un sorriso da portare con me.
Mak ci conduce verso casa a rigorosa velocità codice. Colpi di sonno a go-go ma non si può fare altro. Arriviamo presto in Italia e ci fermiamo appena oltre confine a salutare Max Galera, già che si siamo beviamo qualcosa e poi ripartiamo. Faremo diverse soste, per strada, perchè Alex Gradi ha problemi con la pompa frizione.
Mano a mano che scendiamo verso sud il gruppo si assottiglia, molti prendono altre strade. Casa si avvicina e non ho più tanta fretta ma chi sta più lontano ruota la manetta, accelera e va via. Arrivo a casa nel tardo pomeriggio, scarico l'Incrociatore e lo metto in garage.
Mi fermo ancora pochi istanti a guardarlo, sporco e impiastricciato di moschini. Vecchio bestione, ancora una volta mi hai portato a casa.
Durante la cena del sabato il gruppo francese ha presentato il raduno del prossimo anno che si terrà vicino a Biarritz sull'Atlantico, sui Pirenei francesi, in giugno.
A parte la Manica non ho mai visto l'Atlantico né i Pirenei ma sulla carta si preannuncia un viaggio lungo e molto bello. Ci saranno tanti posti da visitare e tante curve da fare, mi sa che ci metteremo almeno tre-quattro giorni. Non vedo l'ora...
Che altro vi posso raccontare? Ogni anno il raduno è sempre diverso, le Elefant in circolazione diminuiscono di numero ma ai raduni sono sempre di più e di qualità molto elevata. Chi non amava questa moto se ne è già disfatto e chi la ama la cura e la fa “crescere”.
Vorrei spendere due parole parlando di coloro che magari acquistano altre moto ma che hanno sempre l'Elefant nel cuore. Non faccio nomi ma al bergamasco alto e grosso fischieranno le orecchie. Così come a Mery, che quest'anno ho visto irrimediabilmente accalappiato :DDD ed era pure ora! E parlare un po' delle compagne di viaggio, le “zavorre” come qualcuno le chiama. Sono eccezionali, non si lamentano e sopportano tutte le nostre ciaccole (che per loro devono essere noiosissime) e ore interminabili di viaggio sulla parte meno nobile della sella. Io non ce la farei mai ma loro sono di un'altra pasta.
Vi voglio bene ragazzi. A presto.
Io non sono credente, però so che gli angeli custodi (dallo Zingarelli: Angel-o, angiol-o, agnol-o, m *angelus, aggeloz, messaggero, creatura celeste puramente spirituale ed intellettuale; custode, dato da Dio a ciascuna anima) esistono ed hanno forma diversa da quella perpetuata nell’iconografia tradizionale. Non hanno ali né boccoli biondi ma portano un casco, tute antiacqua, cavalcano una strana creatura metà macchina metà pachiderma, dal grosso serbatoio, che emette un lungo ed incessante barrito. E quando questo animalesco verso, per una ragione o per l’altra, sul tuo elefante, cessa, sono lì pronti ad aiutare e a cercare di rianimare la bestia, dandosi da fare come operose api ascoltando, tagliando fili, cercando rimedi o anche solo per dare compagnia e conforto.
Anche quest’anno si è ripetuto il miracolo degli angeli-elefanti, stavo viaggiando tra Füssen ed Ulm quando la mia moto si è ammutolita di colpo, niente motore, niente luci, niente vita, ma, nel minuto tra la sorpresa e la disperazione, loro erano lì, pronti ed efficienti, sicuri e hanno guarito la meccanica o, meglio, l’impianto elettrico e l’anima del pilota, già pronto al hara-kiri (o seppukku che dir si voglia). è questo che è il viaggiare in gruppo, si diventa parte di una stessa anima, pronti ad aiutarsi anche solo per fare in due o tre quello che si potrebbe fare da soli, anche se non è indispensabile, perché il non essere soli è bello.
È bello aiutarsi nel sorpasso, nel fare benzina, nel trovare la giusta rotta o per ritrovarsi quando la si è smarrita.
È bello essere lì quando la noia del viaggio è condivisa, quando ci si ferma perché si hanno degli inconsueti colpi di sonno, quando si perde la carovana per una pisciata.
Chi non l’ha vissuto non lo può capire (e anche qualcuno che c’era non lo capisce) ma la magia del raduno è tutta lì, non nella comodità del campeggio, nella bontà del cibo, nella bellezza o meno del giro di rito, ma nella corsa tutti insieme, nelle "facce da culo" dei vecchi amici, nei motori che cantano e a volte tossichiano, nel VIAGGIO.
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Non è mai facile scrivere un report di un raduno, spesso si cade nella retorica o nel mero elenco di chi c'era o non c'era. Ciò che mi piacerebbe scrivere sarebbero i pochi pensieri necessari per ancorare le emozioni provate sulla carta e per poter rileggerle, e riviverle, ogni volta. Non ne sono capace, purtroppo, ma vorrei ugualmente provarci.
Non partecipo più a molti raduni. Con l'età, prediligo più il muovermi da solo o in pochi piuttosto che in gruppo privilegiando il panorama, il silenzio, gli odori e i colori dei posti che percorro invece di cercare la piega e l'emozione della velocità come facevo una volta. Anche questa volta, prima di partire mi sono chiesto che cosa avrei visto, che cosa avrei notato di più nella gente e nei posti che avrei attraversato, se era tutto come mi aspettavo ma poi, una volta partito, tutti questi pensieri sono stati sostituiti dalle facce e dalle persone e non di rado guardavo la bella e variopinta carovana che si snodava lungo i saliscendi delle autostrade austriache e tedesche facendomi sentire contento di essere lì, con tutti voi, a vivere le emozioni della strada, dell'imprevisto che arriva e che viene risolto, del gruppo che rimane unito a darti manforte quando le cose non vanno proprio per il verso giusto, sempre (o quasi) con il sorriso sulla faccia. Facce da elefanti, partite sbarbate di fresco e poi annerite dalla barba dei giorni che passano e dei kilometri trascorsi.
Mi piace osservare come ognuno si organizza, come dispone il bagaglio e come ama viaggiare, cosa si mette addosso e spesso noto quella civetteria tutta italiana di avere un qualcosa di diverso dagli altri. Facce da elefanti, facce da italiani.
Quando sei in viaggio, se non c'è niente che attira la tua attenzione nelle ore e ore trascorse alla guida c'è solo il rombo del motore e il fruscio dell'aria sul casco a farti compagnia, insieme ai tuoi pensieri, così ti trovi a fare le congetture più assurde, a pensare alle cose più strampalate ma va bene così, perché la tua mente galoppa nella fantasia e scappa dalle monotonie e dalle preoccupazioni di ogni giorno. Così penso che è bello essere italiani ed è ancora più bello esserlo quando sei all'estero ed è curioso come sei visto e trattato dagli altri a cui noi italiani piacciamo da morire ma di cui, allo stesso tempo, non si fidano affatto. E anche noi stessi ci sentiamo più fieri ed orgogliosi, più italiani e meno italiani allo stesso tempo. Viene spontaneo allora innalzare una bandiera della Marina militare e portarla con fierezza.
Strana gente, gli italiani, indisciplinati e incapaci di osservare le minime regole di convivenza. Oddio, per la verità a noi piacciono le regole e le leggi e infatti ne siamo pieni, ma ci piace di più che le osservino gli altri, per noi corsia preferenziale in ogni occasione. Così vedi una fila disordinata e scomposta, irrequieta e imprevedibile e capita che due o tre di noi stiano vicinissimi ma anche che altri stiano lontani 2-300 metri gli uni dagli altri, una fila lunghissima che inevitabilmente si rompe: succede che alcuni si perdano, ciccando l'uscita autostradale, tirando dritto a un bivio o fermandosi. Io, che ero spesso l'ultimo della fila, sono sempre stato in "quelli che si sono persi" cambiando volta per volta i miei compagni di sventura. Non so, sarà che vedo il bicchiere quasi sempre mezzo pieno invece che mezzo vuoto però negli imprevisti e nei contrattempi apprezzo i lati positivi che saltano fuori, come conoscere meglio coloro che sono con te e instaurare un rapporto privilegiato con ciascuno di loro, un filo diretto e speciale che crea un qualcosa di particolare, aiutato in questo dal cameratismo che si crea nella situazione di emergenza.
Strana gente, gli italiani. Dopo il fattaccio tutti a darsi da fare per ricongiungersi, telefonate, messaggi, uno spreco notevole di tempo ed energie facilmente evitabile con poca fatica ma è inutile recriminare, siamo fatti così "siamo qua", "ci vediamo in questo posto", "chiediamo a questo e quello" e il classico nostro aspetto: rompere le palle al primo che passa perché ci aiuti. L'abbiamo fatto in ogni occasione possibile, in giro per Innsbruck, alla pompa di benzina quando Cem ha forato (grande inglese di Cem: "Sorry...ho forato 'na gomma...", impagabile la faccia che ha fatto il tedesco), quando ci siamo persi per Aachen...
Il raduno è stato come mi aspettavo, nel bene e nel male. Nel bene, perché il tempo è stato splendido, la compagnia ottima e rivedere tutti voi e tanti elefanti inglesi, francesi, sloveni, tedeschi è sempre un piacere; nel male perché ancora non capisco come mai un raduno con base in Olanda e organizzato da olandesi si svolga tutto in Germania. Dell'Olanda non abbiamo visto praticamente nulla.
Taglio tutto il resto ma un'ultima cosa vorrei dirla: l'emozione della vista delle Alpi lungo la via Claudia-Augusta al ritorno, quando siamo usciti dalle autostrade in Germania e siamo arrivati fino a Innsbruck, in Austria.
C'era il sole e il cielo limpidissimo (all'andata invece pioggia incessante e freddo), siamo passati in innumerevoli valli coronate da montagne altissime, spoglie ma solenni e il cielo azzurro che le si stagliava dietro le rendeva ancora più brillanti. Per chi non c'era, avreste dovuto vederle!
Erano così immense che riempivano tutto lo sguardo e come per riflesso ti veniva da inspirare a pieni polmoni quell'aria così pulita, come per riempirsi di quell'immensità tu stesso e farne parte ancora di più. Non era caldo ma si stava bene, una leggera brezza rifrescava l'aria pulita dalla pioggia del giorno prima, i campi ben tenuti erano verdi, i paesini deliziosi e qua e là su alcuni cocuzzoli svettava un campanile a punta, come si usa da quelle parti. E pulizia e fiori dappertutto. Avrei voluto fermarmi chissà quante volte a fare fotografie ma quando si è in gruppo è così, poche storie e fare della strada, ottima scusa per ripassarci quanto prima.
Ecco, mi fermo qui. A chi è arrivato fino in fondo faccio i miei complimenti per il coraggio e la costanza nel seguie le mie farneticazioni.
A chi non c'era rivolgo l'esortazione di vincere ogni indugio e di fare quella grande pazzia che si chiama: il raduno degli Elefanti.
"Allora che fai pelandrone, vieni o no? Ora non hai più scuse!".
Al telefonino era la voce del Kiwi ed era vero: non avevo più scuse.
Ero in Piazza Maggiore, giovedì sera, la sera prima della partenza per il raduno, a festeggiare assieme ad alcune migliaia di sciamannati tifosi(1) (come me) fortitudini il sospirato secondo scudetto arrivato con quel tiro miracoloso da tre di Douglas allo scadere di gara quattro di finale contro Milano.
Non avevo più scuse e l’indomani sarei partito per il raduno in Slovenia. Da circa un mese, ovvero da quando mi ero accorto della oramai usuale(2) concomitanza delle date delle finali scudetto e del raduno, ero combattuto, anzi, lacerato, tra le mie due anime: il tifoso e il motociclista.
Insomma, mettetevi nei miei panni (d’accordo Max ci starebbe un po’ stretto e il Valter un po’ largo, ma voi provateci lo stesso), la squadra per la quale spasimo, faccio il tifo, soffro, raramente gioisco, per la quale spendo ogni anno fior di quattrini in abbonamento e sudore, lacrime e sangue (ok, sto esagerando) arriva ad un passo da una sospiratissima vittoria ed io non sono lì?
Fate conto di essere il regista del vostro primo film e di non poter andare alla prima.
O di non poter assistere alla nascita del vostro tanto atteso primo figlio (ok, sto esagerando ancora).
Oppure ancora, per fare un’analogia sportiva, di essere un interista che sta per vincere lo scudetto del campionato di calcio (ok, ora sto VERAMENTE esagerando).
Per farla breve: o vinceva (o anche perdeva) definitivamente la serie quel giovedì lì oppure la gara decisiva sarebbe capitata proprio la domenica seguente, quando voi tutti eravate in Slovenia con le vostre belle moto alle prese con cristallini laghetti, economici ma lauti banchetti, veloci scorrazzate in mezzo a meravigliose curve montane o difficili e selettivi sterrati.
Ma tutta questa sofferenza interiore (ma anche esteriore, chiedere a Valeria per conferma) era stata ora cancellata da quel miracolo della balistica cestistica ad un soffio dalla fine(3). Per cui il venerdì mattina eccomi all’appuntamento presso la prima area di servizio dopo Ferrara Nord, con alle spalle ben due ore di meritato riposo.
Avete mai provato a sciropparvi cinquecento, più o meno, chilometri in moto dopo aver dormito al massimo un paio d’ore? Ad un certo punto cominci a vedere bello Bibo e bella la moto del Kiwi, ma soprattutto non troveresti la strada nemmeno del cesso di casa tua. Per questo motivo, quando Riccardo mi ha poi chiesto di fare da guida alla carovana, ho declinato l’offerta, troppo alto il rischio di condurre tutti in Slovacchia invece che in Slovenia o, chissà, a circumnavigare il Balaton. Ci siamo poi persi ugualmente, confondendo una valle con quella di fianco, uno smarrimento, tutto sommato, di poco conto e comunque utile per conoscere strade non previste, girovagando fino a riprendere alla fine la giusta via.
Mi sono dunque ritrovato anche quest’anno in compagnia di vecchi amici e belle facce (o viceversa): Kiwi, Bibo, Alex, Zambo il modificatore-riparatore volante, Kika, Firra, Il Gigante e la Bambina(4), l’onniscente Gianmarco, il Trio Ferrara(5), Mary per sempre(6), l’elefante pompiere Conte, i quattro del Gruppo Vacanze Milano(7), Cesare, Cadeddu, Walter, Gordin, l’incontenibile Beddamatrix, Titus® lo smilzo, Faccina, l’elefantista a lungoraggio "Doc" Buccino, il duo Furlan(8), Mats, Alex Fischer, Andreas, Andy Young from Antartica County, Paul Kristensen e signora, Marcus Baer e tutti gli altri, italiani e non, che ogni volta ci fanno sentire parte di un grande gruppo.
Resta nella memoria di questo viaggio una montagna ancora selvaggia e paesaggi mozzafiato, una inflazione galoppante (dal giovedì al venerdì sono raddoppiati i prezzi delle birre ;o))), le riparazioni volanti di Zambo a sé e agli altri, le cene luculliane, l’inusitato numero dei partecipanti (˜ 150 Elefant di tutti i tipi), i "dolci" rumori notturni, il lavoro d’equipe sulla frizione del Kiwi e sulla ruota anteriore di Valter, la grintosa guida di Elena, la "fragorosa" mancanza di Cementone(9).
Ma soprattutto, una volta salutati i compagni di viaggio e ritornati a casa, cresce ogni giorno la voglia di ripartire per il prossimo raduno, di risalire su questa cazzo di moto che, chissà , forse si rompe e forse no ma che ti fa sempre questo regalo: ti fa conoscere nuovi amici, ti fa rivedere quelli vecchi.
Ma per favore, cari amici olandesi, l’anno prossimo il raduno organizzatelo per la prima settimana di luglio.
Note:
Quando parto per un lungo viaggio vorrei arrivare subito a destinazione.
Appena ritiro il biglietto dell’autostrada e imbocco lo svincolo dò gas ed accellero senza curarmi di nulla se non dell’arrivare e che sia il più presto possibile. Guardo fisso davanti a me con la testa che si muove sballottata dal vento della corsa, regolo l’accelleratore ad una alta velocità di crociera perché mi preme giungere alla meta. Esiste solo l’asfalto e le righe che delimitano la corsia. Passano i minuti e la corsa monotona prosegue uguale. Poi, piano, piano, prima di rado, a volte in modo impercettibile, poi sempre più spesso inizio a distrarmi. Inizio ad accorgermi del mondo che se ne sta al di là del guard rail, mi accorgo della campagna, del paesaggio. Ed allora comincio a liberare le ali del pensiero cullato dal rumore del vento che corre a pochi centimetri dalle orecchie oltre il casco. Scruto il cielo, osservo una casa, scorgo il sopraggiungere delle colline, ascolto il suono del motore sotto di me. è dopo la prima ora che tutto questo accade. Dopo la prima ora scompare la fretta e scompare la premura, sento che potrei viaggiare ore ed ore senza pesarle. Prima conti i minuti, dopo non ti curi delle ore. Le vibrazioni diventano ritmi, il rumore del vento diventa suono, il rullare delle ruote si traforma in danza, entri a far parte del mondo che ti circonda, un punto che si muove lungo la terra spinto dalla voglia di conoscere. Dopo la prima ora l’ansia si placa. Ed è allora che inizi davvero ad avvolgere quel lungo filo che ad una estremità ha l’Inghilterra e all’altra ti prende per mano. La corsa si traforma finalmente in viaggio.
Da quel momento sei solo con il tempo e lo spazio che si apre di fronte a te, libero.
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Ci sono esperienze nella vita per cui vale la pena impegnarci un pochino, i viaggi per me meritano sempre un'altissima considerazione nella mia scala dei valori, quelli fatti in moto poi ancora di più e se poi la moto è un' elefant.., beh... la soddisfazione è veramente grande.
La compagnia era quella giusta, le condizioni ideali, la voglia di divertirsi non manca mai, non nascondo neanche qualche timore più che giustificato sul mezzo ;-) che però hanno reso il viaggio ancora più affascinante.
4280km in sette giorni, un kg di olio abbondante, un orecchio ancora che fischia, un tremolì o alle mani ancora fastidioso a due giorni dal ritorno ma ripartirei subito.
Ragazzi ne è valsa veramente la pena, indipendentemente dal viaggiare con la propria moto a spasso per l'Europa, in Inghilterra ho trovato una famiglia, gli elefanti anche se in via d'estinzione sono una vera famiglia, si condividono gioie e dolori, passioni, comprensioni, tutti fieri della propria moto con quella risatina quando si parla di problemi, che significa ti capisco e subito dopo sono li pronti che ti danno un consiglio o ti dicono come hanno risolto.
Amici da diverse nazioni, si beve birra si scambiano due chiacchiere, peccato la lingua non proprio eccellente, lo dovrò impare bene sto benedetto inglese prima o poi, ma l'atmosfera è veramente magica ed esclusiva, ve lo consiglio, è molto terapeutica e curativa.
Le nostre moto sono propedeutiche e ve lo dice uno che di meccanica ne sa poco, ho soltanto dei buoni amici che non risparmiano buoni consigli, essere motociclisti non vuol dire avere soltanto una moto affidabile, ma godersela la propria moto, io me la sono goduta nonostante tutto... capite a cosa mi riferisco, se proverete l'esperienza di un raduno elefant prima o poi un sogno che avete sempre alimentato diverrà realtà .
Questo è stato Bisley 2004 per Cementone.
E ricordate: if your life’s a jungle, become an Elefant!:-)))
Come già fatto per i report sul raduno di giugno ho deciso di affidare ai vari interventi inviati alla mailing list degli elefanti italiani il compito di raccontare.
Piero "Siccobi" Niccolai
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È stata veramente una bella giornata, mi sono sentito un bambino in un negozio di giocattoli, ma mi sa che anche per voi è stato cosi.
Sentire poi rombare le ele della Dakar mi ha fatto accapponare la pelle, fischia, ma quanti erano i nostri cugini tedeschi, e che moto fantastica la marathon tedesca con tutti i serbatoi supplementari, mi sa che me la sognerò di notte per un po’. Siete veramente tutti simpatici e come vi immaginavo
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In questi frangenti salta fuori la mia ignoranza nello scrivere le sensazioni che si provano in giornate memorabili come questa o quella del raduno di Siena e ad altri incontri fra Elefanti, una sensazione che ognuno di noi prova in maniera diversa, nel mio caso si manifesta come se una morsa mi stringesse il cuore e nello stesso tempo una scarica elettrica mi pervadesse tutto il corpo e siccome è abbastanza imponente non vorrei che fosse la causa del recente black-out subito dalla nazione intera.
A parte gli scherzi mi sono commosso quando tutti allineati si è partiti dal campeggio "Le Soline" per andare a cena. Vedere il lungo serpentone di Elefant (per altro correttissimi) il rombo sommesso degli scarichi che ad un girare di polso avrebbe potuto creare un terremoto e la gente, tutta la gente, che salutava l'orda di guerrieri in pace ed apprezzati credo proprio per il totale rispetto degli abitanti stessi del piccolo borgo attraversato.
Questo mi fa sentire fiero di fare parte della lista degli Elefanti.
La stessa cosa è successa ieri quando Mauro, il meccanico di Azzalin, ha avviato le "bestie" medesima sensazione con godimento assoluto quando sono salito su ad una di queste per la fotografia di rito.
La compagnia è stata ottima, persone regolarissime che mi sembra di conoscere da una vita: continuiamo così.
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Vedete l'espressione della mia faccia mentre sto su la moto di Hubert?
È quella di un bambino su una montagna di cioccolata, oppure su una montagna di Lego o di pezzi del meccano. O meglio, di un Siccobi sulla moto di Hubert Auriol, appunto.
Se io oggi guido un'Elefant (che è già la seconda che mi son comprato) è grazie a quel signore lì e alla sua moto.
Io rimasi affascinato dalla bellezza della moto che avevo visto sfrecciare al casello di Casalecchio una umida mattina di inizio dicembre, tutta bianca, alta, veloce con un rombo pieno e potente. Diversa dalle altre Ducati in collaudo che spesso mi incuriosivano. Una moto "strana" (come direbbe Carlo Lucarelli), inusuale per quei tempi. Per cui seguii tutta la corsa, per quanto permetteva la tv (e cioè con estrema fatica), con un interesse nuovo. Seguii i distacchi che Auriol infliggeva agli avversari nelle tappe più difficili e di navigazione. Lo vidi sulla ferrovia della Mauritania alle prese con la terza gomma scoppiata a causa dei detriti metallici sulla massicciata che gliele spaccavano.
E lo ammirai quando con entrambe le caviglie spezzate trovò la forza di giungere al traguardo prima di accasciarsi in preda al pianto e al dolore. Ritirandosi non sconfitto.
E quella moto bianca e nera correva per le dune più veloce di tutte.
La prima immagine che ho mai realizzato al computer (oggi è il mio lavoro) è stata la riproduzione, effettuata a mano libera, della copertina di Motociclismo con Auriol in impennata nel deserto.
E sulla mia libreria c'è il modellino in scala di quella moto lì.
Nella foto di cui parla Franco (e che è nella sezione "foto", ndr) io sto guardando la sabbia del Teneré.
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Conoscere la famiglia Azzalin è stato veramente un piacere, persone semplici e appassionate oltre che ospitali e disponibili.
Di Castiglioni che dire. Mentre gli stavamo esponendo i nostri comuni problemi mi ha sfilato dal taschino della polo elefantica il pacchetto di Camel servendosi da solo, un gesto che non vuole dir nulla, forse un intercalare tra una rimostranza e l'altra. Comunque ci ha ascoltato e, a parole ovviamente, si è impegnato ad interessarsi x le omologazioni (vedi il caso di Alberto di Modena) e sul reperimento ricambi in generale che lui afferma che ci sono!? A Kiwi l'onere e/o l'onore di contattarlo!
Mauro Cremonesi, il meccanico storico di Azzalin è stato eccezionale nel raccontarci la meccanica, gli studi, le evoluzioni dei "mostri Dakariani" ed alcuni aneddoti e particolarità dei piloti che furono. Una pasta d'uomo.
Come lo stesso Fabrizio e la sua compagna Vittoria. E poi conoscere nuovi amici fuori e dentro la lista, rivedere facce note contente di ritrovarsi così numerosi ad un avvenimento agognato...è stato emozionante e appagante. E poi i giornalisti al seguito....
Mi sento di dire che da tutto questo nostro "amore" qualcosa di buono nascerà .
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Che dire.. Un sogno.. Una quarantina-cinquantina di elefant provenienti da Italia, Francia, Austria e Germania tutti insieme alla "mecca dell'elefant" dove nascevano e venivano "educati" gli elefanti che partecipavano e vincevano le parigi-dakar della fine anni ottanta - inizio novanta.
Moto pilotate dai vari Orioli, Auriol, La Porte, Marinoni, De Petri, Gualdi, Neveu e C.
Moto dall'aspetto rozzo, e, nella loro unicità fantastiche.
Ci troviamo da Azzalin ed entriamo nel piazzalone, in fondo ci aspettano le moto ufficiali delle Dakar 86-92 in compagnia del gigantesco camion Mercedes dell'assistenza e un piccolo buffet, la famiglia Azzalin fa gli onori di casa ed il simpatico Mauro, capo-meccanico comincia ad illustrarci le singole moto sia dal punto di vista tecnico sia raccontandoci aneddoti curiosi e retroscena inediti delle avventure che si vivevano nei deserti africani negli anni ruggenti dei Rally-raid.
Incontriamo anche il "Signor CAGIVA", l'ing. Castiglioni, subito preso d'assalto da una falange a capo di Kiwi che si presenta e comincia a snocciolare richieste ed ultimatum, chissà mai che si riesca ad ottenere una migliore assistenza e qualche nulla-osta.
Ma sul più bello si ode un rombo, un ruggito. NO!! UN BARRITO FURIOSO!!! Il capo-meccanico ha acceso un paio di moto, che dire, sentire il rombo dei cugini cattivi delle nostre moto fa un bell'effetto, ci si raduna attorno ai pachidermi risvegliati dal letargo per assorbire ed assimilare fino all'ultimo decibel di quei "respiri".
Poi ci facciamo audaci e cominciamo a saltare in groppa alle moto..
Altissime, purissime, LIEVISSIME, sembra tanto innaturale sentire così leggere delle moto dalle dimensioni veramente notevoli, certo l'assenza dei circa 50-70 litri di benzina nei serbatoi fa la sua parte, ma anche in confronto ai nostri elefanti stradali senza benzina, queste moto sembrano delle piume, certo, piume dalla cui cima si tocca a malapena con le punte, ma ugualmente maneggevoli.
Ora di pappa, tutti insieme appassionatamente, ed al ritorno scopriamo che qualche tedesco ha pensato bene di approfittare della cortesia e competenza del reparto corse per farsi sistemare qualche acciacco.
Qualche flash e considerazione:
Venerdì sera vengo contattato da un losco uccellino australiano che mi dice di portare a cena gli attrezzi per riparare un rubinetto benzina :-OOOO
Le camere d'albergo a 15 stelle con i lampadari della Murrina e le placchette living serie ORO.
Terminali x strada.
Olio frizione.
Elefanti, non ce ne sono due uguali, vecchia affermazione, ma dopo quanto ho visto da Azzalin SEMPRE più vera, specialmente se si considerano gli elefant tedeschi, mannaggia a loro ed al TÜV
Azzalin, persone fantastiche, estremamente disponibili e cortesi, anche quando gli si va a sbirciare negli angolini segreti dove son nascosti prototipi top-secret.
Elefantisti... Dei martiri felici ;-)
Una splendida giornata ;-)
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Non so che cosa mi aspettassi da questa visita da Fabrizio e Roberto Azzalin (per chi non lo sapesse sono i titolari della CH Racing, l'officina che ora si occupa del reparto corse ufficiale Husqvarna ma che in passato ha costruito tutte le Elefant delle Parigi-Dakar, Faraoni e i vari rally-safari) ma devo dire che tutto è andato meglio di quanto avessi potuto pensare, primo fra tutto il tempo atmosferico, bel sole ma temperatura ideale per stare all'aperto, poi le meraviglie meccaniche che abbiamo potuto toccare con mano. La parata di tutti gli Elefant dei vari rally, disposti a semicerchio nel piazzale della CH Racing, mi si è presentata davanti all'improvviso e mi ha lasciato un momento senza fiato. Parcheggiata velocemente la mia in mezzo agli altri quaranta elefanti intervenuti per l'occasione (di cui metà tedeschi, con austriaci e francesi), mi sono diretto verso quei mostri sacri e mi son messo a studiarli con tanta attenzione senza aver mai il coraggio di toccarli. Erano le stesse moto che abbiamo visto in tv e nei filmati tante volte. Alla fine ho ceduto alla tentazione e sono montato sopra a qualche esemplare con la grande sorpresa di scoprirli leggerissimi! Sono estremamente alti, io che sono 1,85 toccavo con le punte, ma da fermi trasmettevano la sensazione di una grande maneggevolezza.
La visita ufficiale è cominciata quando il meccanico che aveva seguito le varie spedizioni ha cominciato ad illustrarci i vari modelli partendo dal più "anziano", quello con i colori Ligier, raccontandoci via via aneddoti, pregi e difetti dei piloti e della moto, rotture occorse per la via e le successive migliorie che ne sono state ricavate e applicate nei modelli successivi. Al termine della spiegazione ne ha accese due e...beh...ragazzi che rombo!!!
Proprio mentre eravamo lì ad ascoltare il tutto e a parlare con i vari meccanici, arriva un tizio brizzolato e...lo riconosciamo in Claudio Castiglioni, intervenuto anche lui a vedere le moto che hanno reso celebre il marchio che porta il nome di suo padre. Breve conciliabolo fra noi elefantisti italiani poi siamo partiti a razzo nella sua direzione, lo abbiamo circondato e abbiamo cominciato a parlargli. Ci siamo presentati, lui all'inizio era un po' timoroso, ci guardava con sospetto, poi abbiamo cominciato a snocciolargli tutte le nostre lamentele e problemi. Indossavamo le nostre polo, quelle con il marchio "Elefantitaliani". Si è dimostrato estremamente disponibile, quando gli abbiamo parlato del problema ricambi, la sola cosa che ha detto è stata: "ma come! i ricambi ci sono, ve lo assicuro!", poi abbiamo continuato con il problema omologazioni per trasformazioni varie e via dicendo e lui ha detto così : "me ne occuperò io personalmente. Lei (rivolto a me) mi telefoni lunedì e chieda di me direttamente e risolveremo tutto". Bene, io lunedì chiamerò, secondo voi mi risponderà? Sono aperte le scommesse. (Riccardo ha poi chiamato ma Castiglioni si è negato, ndr)
C'erano anche alcuni giornalisti, le interviste sono state tante, anche le foto, poi Azzalin padre ha portato alcuni fortunati a visitare il magazzino ricambi...cosa non c'era lì dentro! Poi in un angolino, coperto da un telo, ci fa vedere una cosa che ci ha fatto rizzare le antenne: un motore Multistrada montato un telaio grezzo di Elefant! Il figlio si lascia scappare qualcosa al riguardo, stanno studiando la possibilità di costruire di nuovo l'Elefant con quel motore, perché reputano il telaio ancora validissimo. Vedremo presto l'erede dell'Elefant nel deserto dare la caccia ai Ktm? Magari!
Avevo pensato di scrivere un resoconto cronologico del raduno. Poi, leggendo i vari messaggi che sono giunti nella nostra mailing list, ho pensato che fosse più bello riportarne integralmente alcuni.
Spero che contribuiscano a dare un’idea di cosa è stato.
Piero "Siccobi" Niccolai
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Beh che dire ora che è tutto finito mi sento meglio orgoglioso di aver portato a termine una cosa che pensavo fosse più grande di me e invece si è rivelata una piacevolissima sorpresa .
Se possiamo fare un bilancio delle cose positive e delle cose negative devo dire che l'ago è a fondoscala verso le positive tutto è stato magnifico l'unico rammarico che ho è quello di non aver pensato a fare una foto tutti insieme 72 Elefant uno accanto all'altro come nemmeno a Varese forse sono mai stati .
Due cose incredibili ed emozionanti mi rimarranno sempre nel cuore
La prima è la forza di Mats.
La seconda è il tragitto che abbiamo fatto da Casciano al ristorante con una interminabile fila indiana di Elefant dietro di me che sembrava non finire mai avevo la pelle d'oca tutte le volte che mi voltavo.
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Io non vado ai raduni. Di solito.
Preferisco girare da solo, al massimo in due, tre. E Riccardo lo sa, quando lui prova a chiamarmi io "tiro sempre un po' indietro". Un po' per pigrizia, perché mi piace dormire fino a tardi la mattina, un po' perché non socializzo poi così facilmente, i raduni dove devi partire all'alba o quasi e dove c'è sempre un sacco di gente che non conosci e che ti guarda come a chiedere "'sto qui chi cazzo è?" non mi attirano.
Non ho la comunicativa immediata adatta a queste circostanze.
Ma questa "cosa" degli elefanti è diversa.
Non è solo un raduno monomarca (anzi, monomodello), non è solo "un raduno", appunto. È qualcosa di speciale, nato quasi per caso, un anno dopo l'altro, con lo stupore crescente si ritrovarsi non più soli a sopportare l'ironia salace di chi ha una jappa perfetta (o quasi) sotto al sedere. Di chi non sa nemmeno se la vite del fianchetto abbia la brugola del tre o del quattro.
Il nostro raduno, "quello degli italiani", era doveroso; dopo un raduno in Svizzera, il primo, e quello in Germania, nella terra di chi, più di noi, ama le moto italiane, era l'ora del raduno nella terra natale dell'Elefant.
E così, lo scorso anno, chiacchierando di fianco al campo di mais è nata l'idea di farlo noi, un po' spaventati, a dire la verità, perché nessuno aveva mai organizzato nulla di simile.
Ci aiutava l'amore che gli stranieri provano per la nostra terra e per la Toscana in particolare e, certi che questo ci avrebbe perdonato qualche inevitabile pecca, abbiamo deciso di tenere il raduno nel Chianti.
Our man on the site: Alessandro Gradi (grazie Alex!).
È tutta storia nota a chi legge questa Mailing List: la ricerca del posto che potesse ospitare un numero ipotetico di moto non proprio silenziose (vero Riccardo?), la trattativa per i prezzi politici, il creare la pubblicistica elettronica e non (di questo ne so qualcosa io...), la pubblicazione sul sito di notizie sicure, il girello sul posto per tastare il terreno, il confezionamento dei regali curato da Franco, delle magliette che hanno fatto ammattire Cementone, ecc. Poi, all'avvicinarsi del Giorno, il crescere dentro di me, ma credo anche dentro tutti quelli che hanno partecipato a vario titolo all'organizzazione di quest'evento, di una inquietudine strana come quella che precede un esame (o una finale scudetto).
La paura che qualcosa possa andare storto è ragionevole.
Poi, come per incanto, la rivelazione nota a tutti i genitori che vedono crescere il proprio figlio: cammina da solo!
Ed allora ti rilassi, lasci che il raduno viva di se stesso e che la dinamica degli incontri tra gente lontana ma simile abbia il sopravvento.
Altri racconteranno i fatti e i visi di chi c'era, del mitico Warren d'Australia, di Andy Young che, dopo mesi di freddo polare, gira in calzoncini per compensare, di Mats che mi ha insegnato a pronunciare correttamente "Öhlins", della simpatia di Cem, convinto da noi tutti a tenere il pachiderma lo scorso inverno. Del sempre fantastico Andreas vero traduttore simultaneo viaggiante.
Ma io volevo ricordare tutti quelli che non c'erano o per sfortuna dell'ultima ora (ne so qualcosa) o per impegni che però hanno partecipato come e più di noi alla gestazione di questo successo (come pare sia stato), citando a caso: Luca Firrarello, Roberto Cadeddu, Gianmarco e tutti quelli che col cuore anche se non con l'elefante sotto al sedere erano con noi l'altra sera sui tornanti che ci portavano in quel magico serpentone sulle colline senesi.
GRAZIE ragazzi questo raduno è stato anche il vostro.
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Chiedo scusa se ho poche occasioni di scrivere e per questo spesso sono in ritardo sulle argomentazioni, ma leggo assolutamente tutto appena posso.
Unico rammarico: partendo per la cena del sabato a causa di ritardatari da aspettare mi sono perso lo spettacolo del passaggio in gruppo nel paese con la gente che salutava.
Peccato.
Ma poi, via a rincorrere la carovana che procedeva lenta ormai dietro le ultime curve fuori del comune.Il resto me lo sono goduto tutto ed è stato bellissimo ed emozionante. La cena, il luogo, ma anche quello del pranzo, le premiazioni...
Ho terminato di leggere solo oggi le innumerevoli mail dei partecipanti e non al raduno e credetemi è stato toccante.
Tanti nomi della mail list hanno ora un volto e, pur non essendo un esperto di raduni, affatto, credo che il nostro gruppo sia composto da tante belle persone, con anima e cuore da vendere. Mi associo alle tante belle parole scritte da tutti voi, a volte poetiche come quelle di Birillo, "l'Elefante" di maggior peso del raduno.
Mi sento orgoglioso e fortunato di far parte di questo gruppo di persone così diverse fra loro per luoghi di origine, cultura e quant'altro ma accomunati nella passione e nell'orgoglio di possedere una moto rara, mossa dal pompone italiano che più stimiamo e che va curata e migliorata in piccoli dettagli. Proprio per questo, riuscire nell'intento dà soddisfazione, te la fa amare di più, mai mollare!
Ricalcherò le orme di tanti che hanno scritto, ma devo ringraziare tutti coloro che hanno contribuito al successo del raduno, in particolare ringrazio Kiwi, Siccobi, James, Cementone, Franco, Alessandro e Giovanna (bellissimo e buonissimo il dolce), il loro amico Andrea, comunque tutti, tutti quelli che sono venuti da vicino e da lontano, a Mats per il suo coraggio, la sua voglia di vivere e di combattere contro un nemico invisibile che lo incalza ed anche a chi non è potuto venire ma che era li tra noi con il cuore e con la mente.
Mi auguro che anche dall'estero ci giungano belle parole e che non sia solo un effetto dato dal fatto di giocare in casa in qualità di ospitanti.
Ciò renderebbe sicuramente più vicina la Cornovaglia.
Comunque sia non è poi stato così complicato e arduo organizzare il raduno, o no? Basta dividersi i compiti e... quando ci si adopera per una passione non pesa più di tanto, vero?
Un tumtumf a tutti.
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Il serpentone multicolore dei 70 e passa pachidermi che si avviavano con il rombo dolce del desmo ed il cicalì o delle frizioni fra i tortuosi sentieri della collina senese è una diapositiva che rimarrà , indelebile, appesa nell'album dei miei ricordi.
Uno scorrere composto, fiero, da parte di centauri orgogliosi del loro cavallo meccanico, senza eccessi, a sottolineare il carattere dell'elefantista, che, fuori dalla pura anagrafica, sono risultati maturi, scevri dall'eccesso e dalla boria, ma felici di condividere la festa anche con la popolazione del paese che ci ha accolto. L'incedere lento degli elefantoni che scendevano le stradine del paese, con educata moderazione delle manopole del gas è stata corrisposta dai tanti sorrisi e saluti della gente senese.
Fantastico.
Sono fiero ed orgoglioso di essere stato uno degli pachidermi che hanno barrito, in branco, in quella serata.
Un grazie a tutti per la cordialità e la simpatia con la quale ci avete accolti e spero che abbiate avuto la percezione che vi è stata corrisposta.
È stato fantastico realizzare di possedere una passione condivisa da amici di tutti i continenti.
Oggi sono tornati a percorrere le piste in solitario, ma si sa, un elefante non dimentica mai !
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...VOI..., UN GRAZIE, GRANDE, GRANDE...
È stato bellissimo...,
giusta riflessione fatta con il Kiwi ed anche unico rammarico, a parte il mio Unlucky Elefant..., il mio inglese fa proprio cagare..., mi dispiace non aver potuto comunicare meglio con tutti questi nostri amici venuti da lontano...
Tutto stupendo, amici, paesaggi, libagioni comprese..:-)))
Ciro..., se venivi forse mi avresti soffiato il premio dell' Unlucky Explorer..., in confidenza non so se la cosa mi avrebbe fatto piacere..., sai nonostante la poco gloriosa motivazione dell'assegnazione del premio...è stato bello..., molto bello..., anche io ero come te nell'inverno scorso... ad un bivio..., poi una valanga di e.mail come questa mi hanno ricacciato la ragione in quel posto e mi si è gonfiato il cuore...
Questo vuol dire anche avere un'Elefant..., magari sfigato, ti tira fuori un pò di "porchi" e ti sgonfia il portafogli..., ma poi ti riempe il cuore...
Trovati un meccanico sagace..., si lo so non è facile..., magari però se ci dici nel particolare che tipo di problemi hai ti si può aiutare..., qui abbiamo cambiato quasi tutto degli elefant...
Se avessi visto gli Elefant dei tedeschi...., c'era uno sloveno che sprigionava un suono al minimo... che mi ha riempito il cuore..., tunf.., tum..., tunf..., tum..., tunf..., tum... era una melodia fantastica e credo che lì dietro c'era tanto lavoro ma sopratutto tanta passione..:-)))
Non mollare, se puoi, potrebbe essere bello e ripagarti di tutte le tue fatiche:-))).
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Quando sono in giro con la moto spesso faccio dei report, resoconti, di cosa sto facendo e di quello che sto provando. Mi racconto tante cose e le romanzo lavorandole di fino per cercare di fissare il momento e tenerlo il più possibile con me. Le emozioni andrebbero scritte nel momento stesso in cui si provano, perché subito dopo perdono la loro intensità lasciandoti però un senso di soddisfazione per averle provate. Non lasciano tracce nella mente se non il loro ricordo legato al momento in cui le hai sentite dentro di te. Avrei voluto scrivere tante cose ieri sera, cose di questi tre giorni e in qualche modo proverò adesso, scusatemi se alle volte scadrò nella retorica.
C'è stato il nostro raduno ed è andato al di là di ogni nostra più rosea previsione, a cominciare dal tempo, sole e caldo di giorno, fresco e temperato di notte sotto un tetto di stelle che mi ha lasciato a bocca aperta tante volte. Non avevo mai visto la Via Lattea così bene e nitidamente, sembrava quasi che le stelle si potessero toccare. E abbassando lo sguardo vedevo tante moto come la mia e non mi sembrava vero, 72 elefanti tutti insieme (se non sbaglio i miei conti) non avrei mai creduto di vederli. Ho dato un viso e una voce a persone conosciute solo via mail, alcuni me li aspettavo così, altri proprio no. è stato bello, belli i posti, bello il campeggio con quella piscina da sogno, sembravamo tanti elefanti a mollo. E il posto della cena di sabato è stato davvero fantastico.
Non ho parole per descrivere l'emozione provata nel vedere la carovana di elefanti mentre andavamo al ristorante. Era da poco passato il tramonto ed era quasi l'ora del crepuscolo, quando ci si vede ancora abbastanza per distinguere i contorni delle cose ma anche quando le luci spiccano in mezzo all'oscurità che avanza. La gente di Casciano affacciata alle finestre per vederci, i bambini che ci salutavano, passando in mezzo alle case e tutto intorno il rombo dei nostri pomponi, uno spettacolo che non avrei voluto perdermi per niente al mondo. Si lo confesso, mi sono quasi commosso. E mi sono girato per vedere chi avevo accanto a me e ho visto Ferro con l'occhio che brillava dall'emozione. Non so trovare altre parole per dirvi meglio, chi c'era lo ha visto e può capire. Per chi non c'era, guardatela con i nostri occhi e lasciate correre la fantasia.
In mezzo a tutto questo, lo sfondo delle splendide colline senesi sembrava il palcoscenico ideale voluto da chissà quale regista, strade come piste, boschi freschissimi, laghi, monumenti antichi come le pietre che li componevano e tanta, tante gente, elefantisti.
Più di una persona ieri mi ha detto che "se non sei strano non puoi essere elefantista". È vero.
Altre cose ricorderò volentieri e mi rimarranno per lunghi anni, la sbornia di Cementone, quell'animale di Bibo, i chierichetti, le pieghe sulle strade, il 916 e le tantissime cazzate dette e fatte, le risate, il mio inglese del terrore. E in mezzo a questo la tragedia personale di Mats, grande elefantista svedese che non si arrende alla sua malattia e continua a percorrere chilometri.
Grazie Mats, mi hai insegnato molto, mi hai insegnato l'umiltà .
Mi è piaciuto conoscere gli australiani e Paul l'inglese, Andy dal Colorado e tutti loro. Ancora, che fatica che ho fatto alla sera a cena in mezzo agli australiani, a un americano, a Paul e sua moglie sudafricana, ognuno con un accento diverso...
Infine, un grazie grande così a Sandro Gradi per tutto quello che ha fatto, a Cem per lo sbattimento per le maglie, a FRK per gli elefantini, davvero bellissimi, e a tutti voi per aver partecipato.
L'anno prossimo si va in Inghilterra, in Cornovaglia vicino a Stonehenge.
E allora proviamoci! Proviamo a mettere nelle parole le emozioni provate in questi pochi giorni e in questi tanti kilometri.
Tutto comincia quando...tranqui gente, cercherò di non essere pedante.
Bè, dicevo, tutto comincia quando il prode Siccobi (per me si chiamerà per sempre così dopo l'impresa di sabato) butta lì l'idea del raduno e chiaramente io e James, tarati nella testa, accettiamo subito, tant'è, la Germania è proprio dietro l'angolo, subito sopra la Svizzera, checcevò.
Un mese di preparativi, spese, smonta-rimonta e via dicendo e alla fine arriva il venerdì fatidico, dopo che nei due giorni precedenti da 15 che dovevamo essere ci eravamo ridotti in 6. Invece alla fine ben dieci Elefant italiani erano presenti all'appello, che emozione.
E un'altra grande emozione la danno i preparativi, la messa a punto del mezzo e quell'idea che ti tiene occupati i giorni e che si fa sempre più grande e pesante mano a mano che il giorno si avvicina, tanto che a tratti ti dici che non parti più, negli attimi di lucidità che squarciano quella meravigliosa follia dei lunghi viaggi in moto.
L'ultima notte è sempre la più strana, aspetti con impazienza l'ora, i bagagli sono fatti, la moto è già carica...e poi finalmente arriva il momento di premere il pulsante di accensione e tutto comincia.
Via, il vento che comincia a sibilarti intorno, il sole che sorge ti batte addosso e senti ancora il fresco della notte che non c'è più, sai già che sarà una giornata calda, calda sì, nel cuore. Via. E mentre vai ti accorgi che sorridi e sembra che anche la tua moto sorrida con te, via, e il nastro d'asfalto scorre sotto, le marce cambiano, i giri salgono, via...
Mano a mano ti unisci agli altri e il gruppo cresce, tre, quattro Elefant, ma chi li aveva mai visti. Arrivano da tante parti, Siena,Firenze, Bologna, Ferrara. A Chiasso la dogana, arrivano altri due da Torino e Vicenza e siamo sei. E su per il San Gottardo, con il freddo e le nubi che ci avvolgono, un vento gelido che ti entra dentro e poi di nuovo verso il basso, la Svizzera tedesca, i cartelli che cambiano la lingua, il paesaggio che non avevi mai visto ma che è esattamente come ti aspettavi.
È strano come in quelle lunghe ore in cui guidi e non hai altro da fare, la mente vada a fare le riflessioni più strane, pensi davvero di tutto, dai casi tuoi alle considerazioni più assurde, ai particolari.
Così in Svizzera ti accorgi che:
Sul Passo del San Gottardo ci siamo fermati un pò, nonostante il freddo e abbiamo scoperto che è fortificato. Ci sono trincee e depositi ovunque, scavati nelle rocce, e scopri che li hanno costruiti nel '38 per paura di un'invasione dell'Italia. E li mantengono perfettamente efficienti tuttora.
Poi, dopo aver costeggiato il lago di Lucerna, bellissimo, alla fine siamo arrivati a Basilea e di lì in Germania. E qui sbagliamo uscita e ci troviamo in Francia, ora le dogane non ci sono più, dove fino a sessant'anni fa la gente si sparava addosso. Alla fine arriviamo al posto del raduno, Steinenstadt, in provincia di Friburgo. Dell'arrivo ricorderò che mi sono fermato a chiedere indicazioni a due ragazze che ho poi scoperto essere sordomute...mi spiego a gesti e ci intendiamo meglio che con gli altri: quando si dice il caso. Il colpo d'occhio è fenomenale, Elefant da ogni parte, in tutte le versioni, quanti non ne avevo mai visti. Addirittura ne vedo uno...con il sidecar!!! e vedo che in effetti poco più in là c'è un raduno di sidecar, in Germania vanno molto, di ogni tipo, trasformazioni incredibili, sidecar 2000 16v, dei veri missili terra-terra su cui loro caricano con indifferenza i figli, con le mogli che seguono su altra moto. Chissà le mamme italiane che farebbero...
Il Raduno è stato semplice e semplicemente fantastico. Tanti piccoli episodi me lo faranno ricordare, come quando, alle due e mezzo del mattino del sabato, ubriaco storto, seduto intorno al fuoco a parlare del senso della vita con un ragazzo tedesco che non parlava italiano, e lui mi raccontava le cose e io rispondevo "ehhh, lo fanno, lo fanno" e poi parlavo io e lui diceva "ja, ja" e birre in mano e bere e nessuno dei due capiva l'altro ma andava bene così .
Ancora, ricorderò GianMarco Rizzo che ci istruiva sugli irlandesi, il classico tizio tedesco sulla cinquantina, birra in mano e pancia grossa che urlava "Moto Guzzi, Moto Guzzi" e spariva in mezzo al granturco alto due metri per poi riapparire dopo dieci minuti e urlare e bere di nuovo...
Bè, un paio di cose meritano di essere raccontate. Il sabato, mentre il prode Siccobi giungeva da Bologna (1500 km in due giorni!) con altri due Elefantisti, noi siamo andati in dodici Elefant a visitare Friburgo (davvero carina) e, guarda il caso, che c'è a Friburgo in quei giorni?
Ma il Gay-Pride naturalmente! Ho praticamente visto tutti i Village People, non so quante volte mi sono messo a cantare e ballare YMCA in mezzo alla strada, ho visto cose che voi umani...
L'accoglienza dei tedeschi per noi from "Bella Italia" e la cortesia, i sorrisi e tutto il resto davvero non me li aspettavo. Li credevo un pò freddi verso noi Italiani, come gli Svizzeri, invece no.
E quante trasformazioni che ho visto! Un'orgia di Elefant per tutti i gusti, che sballo uno olandese super-preparato da competizione da Azzalin e che in effetti i deserti li aveva visti spesso. C'era un tipo che ci aveva già fatto 200.000 km attraverso tutti i deserti dell'Africa ancora lo aveva lì funzionante.
E adesso, la perla.
Al raduno, oltre ai 35 Elefant c'era anche un BMW R1100GS, che i tedeschi chiamano la "Vacca di Gomma" per come dondola. Al momento di partire, tutti gli Elefant sono partiti e andati, l'unico che non ne ha voluto sapere di partire è stato proprio il BMW. Potete immaginare i nostri commenti. ];)
Al ritorno eravamo in dieci. Dieci Elefant. Sotto il tunnel di Lucerna il rombo dei nostri motori è stata una cosa davvero mitica, che non dimenticherò mai.